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GOOD AND BAD MANNERS IN ARCHITECTURE

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di Giuseppe Strappa

in «Corriere della Sera» del 20.09.2006

Alla metà degli anni Venti esce, a Londra, un curioso libretto: Good and bed manners in architecture. Il suo autore, Trystan Edwards, vi sostiene che il contegno, i comportamenti tra gli uomini come tra gli edifici, rappresenti una delle forme più alte di arte visiva.
In un disegno del libro è mostrata una chiesa che emerge armoniosamente in un quartiere di edifici bassi, dai toni moderati.  Poi, in un secondo schizzo, apparentemente ingenuo, la stessa chiesa è aggredita da edifici “unsociable”, animati, ciascuno, da un prepotente spirito individualistico: come in un’orchestra dove tutti suonano al massimo volume, il risultato è disastroso. L’architettura della città, conclude l’autore, è l’arte della cooperazione, non della competizione.
Edwards, che ingenuo non è, conosce bene la natura economica dei cambiamenti estetici che critica, cosa esprima la rissa architettonica della città capitalista. Sostiene la necessità, tuttavia, di mettere un freno all’incontrollato liberismo formale attraverso l’ urbanity, il rispetto reciproco tra costruzioni.
Forse anche nella Roma contemporanea il suo richiamo all’urbanità non sarebbe inutile.
In via Oderisi da Gubbio, ad esempio, di fronte alla chiesa di Gesù Divino  Lavoratore, capolavoro romano di Raffaello Fagnoni, è in costruzione un nuovo edificio. La sua facciata si annuncia come uno strillo, un contorcimento obliquo rivestito, con gratuita estrosità, in vetro a specchio e travertino.
Si dirà che questa strada non è via Giulia. Ma quale furore artistico, o messaggio rivoluzionario ha spinto ad interrompere la coralità di una quinta urbana, a suo modo, continua e unitaria?
Si potrebbero citare altri casi simili: tasselli “minori” che, isolati, sembrano trascurabili e la cui sequenza va componendo, invece, un mosaico babelico.
Che non risparmia nemmeno l’architettura esistente, come l’edificio in via dei Monti della Farnesina  costruito da Del Debbio e appena “recuperato”, con indubbio estro creativo, sostituendo il vetrocemento originale con un materiale che sembra uscito da un catalogo d’arredamenti per bagno. Non è, questa, un’offesa rivolta a ciascun passante?
Certo, ogni professionista rivendica oggi la propria libertà estetica, il diritto alla propria quota di lacerazioni.  Ma poiché l’architettura è un’arte che impone la propria presenza, è poi tanto bizzarro il richiamo di Edwards ad usare, almeno un po’ di good manners?

Se l’altezza non vuol dire qualità

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dI Giuseppe Strappa

in «Corriere della Sera» del 10 giugno 2010

Le recenti dichiarazioni di Alemanno hanno riacceso, in questi giorni, le polemiche sull’opportunità di costruire grattacieli a Roma. E’ stato perfino proposto di indire un referendum che finirebbe per aumentare la confusione su un già tema molto complesso. A cominciare dai termini, non sempre chiari, della questione.
Il grattacielo vero e proprio nasce nell’America del liberismo e della competizione. La sua forma si sviluppa quasi “naturalmente” per densificazione, sotto la spinta economica dello sfruttamento del suolo, cui si aggiunge il significato simbolico del capitale che li ha generati.
E, del resto, il celebre progetto di Wright per un grattacielo alto un miglio, non era, in fondo, che il sogno estremo dell’edificio insuperabile, che non ha concorrenti.
Oggi non c’è metropoli del nostro pianeta, dalla Cina al Brasile, che non abbia il proprio panorama di grattacieli aggressivi che sembrano combattere per la sopravvivenza,
Questo tipo di edifici costituisce, credo, la faccia antiumana della metropoli contemporanea che schiaccia gli abitanti, dove architetture spettacolari e firme illustri organizzano il consenso a grandi operazioni immobiliari.
Di queste cose, a Roma, non abbiamo bisogno. E forse molti milanesi, di fronte alle contorsioni dei nuovi grattacieli di Libeskind e Zaha Hadid guarderanno con nostalgia alla saggezza della Torre Velasca, capolavoro dei BBPR.
Che, infatti, non è un grattacielo.
Perchè costruire in altezza può significare ben altra cosa: non si tratta di misure e dimensioni ma di ruolo dell’edificio rispetto alla città ed al territorio.
Un intero filone di pensiero che percorre il moderno europeo ha dato all’edificio alto forme e valori diversi, positivi, ancora attuali. Come la Città Radiosa di Le Corbusier, ad esempio, che costituiva il tentativo di conciliare le grandi densità abitative con la necessità di preservare la natura, riunendo gli abitanti in edifici alti separati da ampi spazi verdi. Di fronte ai disastri dello sprawl urbano, alla frammentazione del territorio laziale in una miriade di volumi senza senso, ci si chiede se questa non potrebbe essere una strada, se non sia a volte preferibile demolire e concentrare le cubature in pochi edifici circondati da un paesaggio dignitoso.
Potrebbe essere una sfida. Perchè il problema non è l’altezza degli interventi, ma gli interessi che li muovono e la qualità del progetto.

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Caro Giuseppe,

leggo il tuo articolo ALTEZZA NON SIGNIFICA QUALITA’. Finalmente! Sono d’accordo su tutto tranne che sul finale: “potrebbe essere una sfida”. Il desolante livello del dibattito pubblico (riferito dai media e, in particolare dal n° di oggi del Corriere) e la forza d’urto degli interessi in gioco potrebbero farla diventare una sfida molto pericolosa. Specie se affidata ad un farsesco referendum. Temo che vincerebbero i grattacieli.
E’ vero, ci mancavano i grattacieli per omologare anche Roma al resto del pianeta urbano. Così finalmente i turisti romani quando andranno a Seul o a Shanghai si sentiranno a casa, oppure potranno risparmiarsi il viaggio. Non piacciono le periferie? Basta demolirle e sostituirle con qualche grattacielo. Come non averci pensato prima?
Certo, costano di più, molto di più di quanto non possa permettersi l’edilizia sociale; sono poco adatti per abitarci (tant’è che storicamente nascono per altre funzioni); è tecnicamente provato che non fanno risparmiare spazio al suolo; se mal disegnati (v. quelli di Lieberskind a Milano o il cetriolo di Foster a Londra) sfregiano irreparabilmente il paesaggio. Però hanno alcune qualità taumaturgiche: fanno entrare Roma nella modernità (l’epoca che, secondo Scalfari sarebbe tramontata con Nietsche);  segnano il “riscatto” delle periferie; infine fanno guadagnare di più i grandi immobiliaristi. Il recente boom edilizio (frenato solo dalla crisi mondiale), le diecine di asteroidi commerciali atterrati sulle centralità del nuovo piano regolatore non sono bastati. Ora è la volta dei grattacieli.
C’è ancora qualcuno disposto a riflettere seriamente sulla morfologia “necessaria” per una Roma diversa dal resto del mondo, come sono profondamente diverse la sua storia e la sua geografia, perché Roma non diventi quella “città generica” che piace a qualche rinomata archistar?

Con i più cari saluti,

Elio Piroddi

PS l’immagine che segue concludeva un mio seminario del 2006; è una vignetta di Vincino dal Corriere Economia, 11.12.06

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OSTIA MODERNA

 

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di Giuseppe Strappa

Ostia, la città interrotta, in «La Repubblica» del 20 maggio 1994
Ostia vista dal mare.  L’orizzonte  è occupato quasi per intero  dalle sagome di casermoni senza volto, figli del   boom economico degli anni ’60. Edifici generati  senza amore,  condannati ad affollarsi confusamente  lungo una  spiaggia  un tempo bellissima.  La metropoli  non ha rovesciato su queste coste  solo i liquami che hanno  avvelenato  il mare; ha vomitato qui anche milioni di metri cubi di cemento che hanno trasformato una delle città balneari più singolari  d’Europa in una periferia desolata .
Al centro  della massa informe,  appena sopra  la linea d’acqua ,  si scorgono  tuttavia le  tracce di un’edilizia dignitosa  raccolta intorno alla sagoma della chiesa Regina Pacis  , ultimi resti   della stagione  che vide Ostia crocevia   di un originale  percorso verso l’architettura moderna interrotto dal cinismo di chi ha saccheggiato per decenni queste coste.
Volgendo lo sguardo un po’ a nord , dove l’edilizia più recente e volgare domina incontrastata,  emergono dal caos  edilizio del lungomare Toscanini , inaspettate  come un’apparizione ,  le sagome nettissime e tutte uguali   dei dormitori della colonia  Vittorio Emanuele III.  Volumi semplici come giochi o disegni infantili, architettura ridotta alla sua essenza: le pareti nude  increspate da rari ma meticolosi dettagli, le finestre  regolarissime, il semplice tetto a due falde, i comignoli.
L’ elementare purezza  dei volumi rimanda ad immagini consuete e lontane,  alla  pacata allegria di quelle costruzioni  balneari tra le due guerre ,un po’ nude ma  ravvivate da  tende a grandi strisce bicolori , alle  file di cabine , a sereni viali di palme. Eppure quella della colonia non è un’architettura di “intrattenimento”: troppo rigida e forse un po’ sgradevole, apparentemente priva di slanci, quest’architettura rinuncia ad ogni espediente accattivante a  favore della delicata, enigmatica poesia dell’elenco.  Come in un quadro di Carrà , il suo “realismo magico”  deriva dalla  laconica parsimonia dei mezzi espressivi impiegati.
La progettazione di questo “ospizio marino” del 1927 deve essere stato un arduo esercizio di rigore per il suo  architetto Vincenzo Fasolo, virtuoso del disegno (i suoi allievi  ricordano ancora ammirati  le complesse piante disegnate alla lavagna  con ambedue le mani) e acrobatico interprete  degli stili storici la cui versatilità è testimoniata ,tra l’altro,dal  neobarocco liceo Mamiani in viale delle Milizie e dal pastiche  medievaleggiante della caserma dei  Vigili del Fuoco in via Marmorata .
Della colonia  Vittorio Emanuele III sono ora, finalmente,iniziati i restauri delle opere esterne, in attesa dei molti milardi necessari a completare anche l’interno. Non è dato sapere quando nè, soprattutto, come finiranno questi lavori. L’architetto Luigi Ventura Piselli , che cura la difficile impresa  con la collaborazione dell’architetto Valerio Andronico, assicura che verranno  rispettati integralmente sia i prospetti dell’opera che le strutture interne,  compatibilmente con le nuove funzioni che il grande  complesso dovrà ospitare :un centro anziani,case-famiglia con alloggi indipendenti per  giovani disadattati, mensa ,centro culturale , biblioteca  e ,all’esterno ,orti per anziani e campi sportivi. Tuttavia  anche qui compariranno quelle  terribili scale esterne in metallo imposte dai Vigili del Fuoco  che hanno già deturpato molti edifici pubblici romani .Si spera che sia la sola violenza che  questo insolito  edificio , abbandonato dalla storiografia di architettura ,dovrà subire.
La vicenda   di questa costruzione  è un esempio di come nell’avventura  del  patrimonio edilizio di Ostia moderna gli edifici migliori escano regolarmente malconci .  Destinato al recupero di bambini  affezioni polmonari , l’edificio fu progressivamente abbandonato col regredire della frequenza del male fino a quando si decise di destinarlo ad altro uso. I geometri del Comune incaricati dei rilievi che nel 1983 fecero irruzione nell’universo segregato delle poche, operose suorine rimaste raccontano la sorpresa di aver trovato gli interni dell’edificio fermi agli anni Trenta, intatti negli arredi originali, con i tavoli  in massello  lucidati con cura e i bagni ben costruiti in perfetto stato di conservazione . Solo all’esterno le ingiurie inevitabili della salsedine avevano provocato qualche ferita.  Poi, nel breve intervallo che ha preceduto i lavori  di ristrutturazione, lo sfascio. Occupato e devastato dai baraccati, territorio di conquista frammentato in possedimenti autonomi occupati da USL,  Vigili Urbani , scuole , l’ex colonia  è giunta   in stato di pietoso degrado ai lavori di restauro.
Ma non solo sul lungomare si stanno eseguendo lavori. A piazza della Posta si restaurano (anche qui con molta lentezza) quella “ricevitoria postelegrafonica”  inaugurata nel 1934 che rappresenta forse il gioiello di Ostia Moderna. Nella tranquilla scacchiera della cittadina  l’immagine folgorante  di un edificio dalle forme nuovissime arenato sul litorale   riportava le suggestioni del nuovo mondo della velocità e delle comunicazioni   nelle tranquille sabbie del Lido .Le cure  filologiche che  l’arch. Marina Del Bufalo  dedica all’edificio, sono indicative sia della nuova sensibilità  per i problemi del patrimonio storico da parte del Ministero delle Poste , sia della nuova attenzione per il suo autore Angiolo Mazzoni, architetto-funzionario delle Ferrovie di Stato e   protagonista di primo piano dell’effimera ventata dell’architettura futurista ,del quale studi recenti  vanno  riscoprendo il valore .
E tuttavia , a fronte di  qualche timido segnale che fa sperare  in una riscoperta del fascino  del Lido di Roma, in una considerazione meno distratta della sua vocazione tradita, stanno i tanti guasti irreparabili dell’edilizia recente.
Triste destino di Ostia decaduta, degradata a  periferia e  abbandonata alla sua sorte  di frammento segregato  di città  (nessun  collegamento moderno integra ancora la  primitiva linea ferroviaria ,  alleggerendo   il fiume di auto riversato dalla Colombo e dalla via del Mare).
E mentre non si è ritenuto di  costruire   la chiesa di S. Maria di Bonaria secondo il disegno solare  di Berarducci, Monaco e Rinaldi, opera che poteva costituire, nel panorama della nuova Ostia, una   testimonianza di ottimo livello della cultura architettonica  alla fine degli anni ’60,   si è realizzato  di recente , verso Castelfusano ,  il  verde sombrero  che copre il  nuovo,   “Palazzetto delle arti marziali” . Infelice testimone dell’imbarbarimento di un  costume edilizio che ha  sostituito   al raffinato   razionalismo delle case di Libera e al brio delle ricerche di Marchi   lo stile neocaprese   e  il moresco di cartapesta delle ville dove fumano instancabili  barbecue o  il kitsch senza volto delle discoteche nei paradisi delle  nuove maiemi.

LA RICOSTRUZIONE DELLA “CASA DI SANTA MARTA” IN VATICANO

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in “La Repubblica” dell’ 1/7/1992.

Raccontano le cronache che il pontefice Nicolò V , iniziatore della nuova fabbrica di San Pietro,  avesse  pronunciato sul letto di morte  un lungo discorso che rappresentava insieme un testamento spirituale e una sorta di progetto per la futura politica edilizia della Chiesa romana . Spiegava in sostanza il  pontefice come fosse  più facile che il  popolino “ignaro di cose di lettere”   potesse  comprendere la lungimiranza della Chiesa attraverso la grandiosità degli edifici e dei monumenti che per mezzo delle asserzioni dei dotti e degli eruditi. Il grande papa aveva trasmesso ai successori un programma  di gestione politica dell’architettura non solo di didascalica chiarezza , ma  ancora  attualissimo, come dimostrano le ragioni   che sono all’origine, nel bene e nel male, di molte delle  opere più note dell’architettura moderna e contemporanea. Si vedano, ad esempio, i  grandi lavori  parigini e barcellonesi, il  cui ruolo di mass media  va incontrando insieme , non a caso, incondizionati favori e  aspre critiche  .
Ha perciò ragione monsignor Ennio Francia quando nota , in una dotta lettera  a questo giornale,  come le polemiche dei giorni scorsi sorte intorno alla ricostruzione della demolita casa di Santa Marta a ridosso delle mura  vaticane    facciano parte di una lunga  tradizione di inevitabili contrasti  tra  potere politico ,  popolo, artisti: da sempre la costruzione di un’opera d’architettura è, anche,  la rappresentazione di un conflitto  .
Va tuttavia  detto con molta chiarezza che  quello che sorprende  nel “pasticciaccio” di via della Stazione Vaticana é proprio  la volontà di voler ostinatamente ridurre  questo confronto  ad una povera questione di cubatura edilizia, magari da risolvere con fulminei interventi  estivi , come sembra annunciare  l’avvilente  incannucciata posta sulle mura per nascondere all’esterno i lavori, indizio  immancabile  del  più desolato abusivismo romano.
I recinti, a lungo andare, possono divenire un modo di vedere il mondo:  il confronto sulla nuova costruzione  non é solo di  competenze, ma di differenti prospettive  (anche topografiche) tra chi sta fuori  delle mura e considera quanto vi é contenuto prezioso o  sacro, e chi, arroccato all’interno, sembra  considerare il perimetro murario una sorta di remota periferia ,un confine  utile soprattutto a stabilire  limiti univoci, soglie invalicabili .
Oggi in tutta Europa,da Barcellona a Parigi,  come al tempo dei grandi papi-costruttori, i lavori  per le opere pubbliche  vengono esibiti con ostentatazione: giganteschi cartelli  annunciano con cura orgogliosa, attraverso dati e disegni, il tipo di lavori, i costi, le quantità, a volte  la data prevista per il completamento delle opere. Perfino nella sciatta consuetudine edilizia romana, quando i lavori non sono abusivi, viene rispettato l’obbligo di  indicare  all’esterno del cantiere il tipo  di concessione comunale ed il nome del progettista.
Possibile  che, dopo due mesi di polemiche riportate ormai anche dalla stampa estera, dopo le proteste della Facoltà di Architettura  di Roma, dopo gli appelli rivolti  al Papa, al Presidente della Repubblica, all’Unesco per il rispetto della “Convenzione del patrimonio mondiale”, i responsabili dell’operazione di  via della Stazione Vaticana non sentano il dovere civile di mostrare con chiarezza le proprie  intenzioni rendendo pubblico il progetto, sostenendone apertamente  le ragioni ?  E’ interesse di tutti che la  polemica, ormai inevitabile, si svolga  sul piano civile della certezza  dei dati e non sulle tante  ipotesi avanzate, a volte in modo incautamente fantasioso, sull’onda di comprensibili  preoccupazioni. Tanto più  che  l’Avvocatura capitolina   si é espressa in merito alla vicenda  riconoscendo  nell’art. 12 del nuovo concordato del 1985  la reciprocità tra Stato italiano e Vaticano in materia di  tutela del patrimonio architettonico della Chiesa.
Il problema della sistemazione dello spazio a ridosso di San Pietro è, da sempre,   questione  della massima delicatezza. Tanto che all’inizio del ‘700, quando  si pose concretamente  il problema della sistemazione dell’area di piazza Santa Marta e della  demolizione della vecchia sagrestia ancora incongruamente addossata all’abside,  il problema   venne  studiato a lungo, col contributo dei migliori ingegni del tempo .Nel  1711, ad esempio, venne bandito un concorso   per una nuova sagrestia che si adattasse all’augusto Tempio “senza alterar punto il sistema e l’ossatura di quello”. Al concorso , vinto da un goffo progetto di Niccolò Besnier ,  fece seguito nel 1715 un’altra competizione tra architetti alla  quale partecipò  lo  stesso  Juvarra . Solo dopo lunga riflessione, esperimenti, modelli, disegni, si arrivò alla sistemazione definitiva realizzata  tra il  1776 e il 1784  demolendo la chiesetta di Santo Stefano degli Ungari e costruendo la nuova sagrestia progettata da Carlo Marchionni.
Perché per  la ricostruzione dell’attigua  casa di Santa Marta non si dovrebbe pretendere la stessa attenzione? Certo, i tempi sono cambiati e mentre a Roma la cultura delle  bustarelle ha  fatto dimenticare le ragioni dell’architettura , in Vaticano un nuovo     pragmatismo sembra ispirare gli interventi  sul  patrimonio edilizio della Chiesa. Eppure, almeno in un contesto di valore universale come San Pietro, non é pensabile che si possa operare con la  disinvoltura   di un ufficio tecnico   :l’intero nucleo edilizio compreso tra piazza Santa Marta  e le mura, che nel tempo  si é andato intasando  di costruzioni  senza ordine,  dovrebbe  essere recuperato con l’attenzione e lo studio che il luogo reclama,   attraverso un nuovo piano che  elimini  le  superfetazioni e restituisca  dignità e decoro ad uno degli angoli più sfortunati della Città del  Vaticano.
Ci si attende, in altre parole,  che questa  vicenda possa porre   con coraggiosa saggezza, nella grande  tradizione  della Chiesa romana,  la questione ardua,  e da tempo inedita per la nostra città,  degli interventi architettonici nei  grandi contesti  storici . Non  risolversi ingloriosamente tra astuzie filistee e schermaglie legali  .

La città a pezzi

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di Giuseppe Strappa

in «AR» n° 87/10 gennaio-febbraio 2010

– Mi sembra, prima di tutto, importante sottolineare come l’apertura di questa nostra festa dell’architettura sia iniziata invitando non un’archistar, come qualcuno si aspettava, ma un architetto appartato e fuori moda come Paolo Soleri che ricerca ancora un’alternativa alla spettacolarizzazione del nostro mestiere e, a novant’anni, ci ha trasmesso, con pacatezza, alcune tra le cose più interessanti, originali, e lucide che io abbia sentito in questi ultimi tempi. Credo che questa scelta possa essere di buon auspicio perché la nostra iniziativa trovi una propria strada originale tra le tante kermesse di architettura che ormai proliferano un po’ dovunque.
Roma città plurale: a me sembra che il titolo di questo forum dia adito a diverse interpretazioni, qualcuna fuorviante. Suggerisce, ad esempio, l’idea di un organismo urbano del quale noi cogliamo aspetti diversi e particolari, un organismo fondamentalmente unitario, secondo un’interpretazione che si potrebbe inserire nel grande flusso della tradizione romana della città frammentata, ma unita da una forma generale comune e condivisa. Un’interpretazione che rimanda alle metafore paradossali del tardo antico: Roma come casa che contiene molte città, dove l’immagine organica dell’abitazione esprimeva la visione della forma capace di contenere e, insieme, dare senso al molteplice, alle singole parti divise. Ma anche quella della metropoli contemporanea, che si vorrebbe incomprensibile e che, tuttavia, in fondo, mantiene una propria organicità strutturale, se solo si volesse leggerla, dove le schegge e i brandelli delle lacerazioni sono uniti dallo scheletro delle grandi infrastrutture, dalle arterie e dalle vene del sistema di percorsi che fanno intuire come il multiforme ed il complesso siano il portato di una nuova unità fluida e instabile, che non riusciamo ancora a definire. Ecco, a me sembra che la Roma attuale non sia nulla di tutto questo, che sia, più che una città plurale, un insieme diviso di città. Forse questa specificità ha origine, almeno in parte, nel piano regolatore del ’62 che ha previsto, soprattutto nell’espansione ad est, una città destinata a crescere attraverso insediamenti autonomi, separati da aree verdi, ma riferiti alla struttura unificante del  Sistema Direzionale Orientale. Noi abbiamo ereditato le rovine di questo piano, siamo orfani di un’idea di modernità che non si è tradotta in forma. Lo SDO non è mai stato nemmeno iniziato, il verde è diventato i prati di pasoliniana desolazione che conosciamo, aree d’edilizia abusiva, di discariche, smorzi, sfasciacarrozze. I quartieri d’edilizia economica hanno elaborato nel tempo proprie forme di autonoma sopravvivenza, a volte anche decorosa, ma estranee alla vita di una città distante e matrigna. “Vado a Roma” dicono i giovani dei quartieri periferici per dire che vanno al centro, dove c’è tutto quello che manca dove abitano: i servizi, i negozi, il divertimento.
Nonostante tutto, sebbene su quello che sto dicendo siano state innescate infinite polemiche, oggi assistiamo ad un’espansione che prosegue ancora, nei fatti, quella stessa linea dissennata, senza nemmeno l’illusione che il fiume di cemento che si sta riversando nelle periferie, possa avere qualcosa a che fare, almeno, con la città proposta dal movimento moderno quasi un secolo fa e che aveva ispirato un piano già ritardatario nel ’62.
Un’espansione che obbedisce, ancora una volta, alla regola di insediamenti autonomi ma, nei fatti, non autosufficienti, che non formano la metropoli contemporanea, ma nemmeno la continuità della città ereditata, separati gli uni dagli altri, come tante isole che si vanno ormai saldando senza che nessun sistema organizzatore, tra tante polarità rimaste nei piani e sulla carta, le possa realmente integrare. Il problema è di ottica, di prospettive: sembra che non sia possibile pensare che per rovine o frammenti. E’ il trionfo del contingente e del casuale, della trattativa tra politica e promoter sui piani e sui progetti. Le proposte di questi giorni per nuove “cittadelle dello sport”, per esempio, prevedono tutte strutture autonome: migliaia di metri cubi di nuove abitazioni con al centro uno stadio di calcio.
Accettando il compito di mediazione che il progetto à chiamato a svolgere, non ci si è mai soffermati sul ruolo che l’architettura potrebbe avere nel ricostruire i pezzi dispersi delle periferie.
Sembra che il dibattito recente sull’architettura contemporanea si sia concentrato piuttosto sul rinnovo del centro storico. Non riesco a capire per quale ragione, quando si parla di architettura contemporanea e di rinnovamento a Roma, si debba parlare inevitabilmente della sua parte storica. Problema che sembra preoccupare, molto più delle periferie, non solo gli architetti italiani, ma anche quelli stranieri. Dalle dichiarazioni rilasciate dagli architetti che hanno frequentato Roma nella stagione recente, emerge come regolarmente il problema del rinnovamento del centro storico appaia il più urgente tra tutti.
Vorrei soffermarmi su questo problema, non perché sia realmente la questione principale, ma perché è lo specchio delle contraddizioni che vive l’architettura romana contemporanea.
Che il centro storico si debba rinnovare è indubbio: il problema è quale tipo di “contemporaneità” noi dobbiamo prevedere per Roma. Dovremmo considerare con maggiore attenzione, io credo, la nozione contemporanea (contemporanea, non moderna) di “tessuto”, nodo centrale dell’architettura romana estendibile, in forme diverse, dal centro storico alle periferie. L’attenzione al tessuto potrebbe essere il motore del rinnovamento e una scelta assolutamente attuale. La tradizione moderna romana andava, infatti, in direzione diversa. Lo stesso Gustavo Giovannoni, nelle sue teorizzazioni degli interventi su Roma,  proponeva esattamente il contrario, la teoria del diradamento, con il monumento al centro ed il tessuto aggregativo di peso trascurabile.
L’importanza della vitalità del tessuto e della sua funzione di lingua comune è una scoperta recente, che risale al dopoguerra. È una scoperta che ci induce a pensare che il bene cui attribuire valore non è solo il monumento (ed estendendo la nozione dal centro all’intera città, non l’episodio straordinario) ma proprio questa radice profonda che dà il carattere all’architettura romana. Una radice che, per intervenire tanto nella costruzione del nuovo quanto nel patrimonio di edilizia storica, bisognerebbe comprendere a fondo e che quasi mai è stata compresa. La quale potrebbe spiegare come i nuovi interventi di architettura “alta”, le opere firmate che dovrebbero dare nuova qualità alla periferia, dovrebbero “derivare” dal tessuto abitativo al contorno.
Nei libri di architettura e in quelli di storia dell’arte ogni edificio firmato da un grande architetto viene interpretato per la sua eccezionalità. Ma basta pensare al palazzo romano per capire come questo non sia altro che l’interpretazione colta di una nozione condivisa di tessuto che costituisce il sostrato indispensabile per comprendere il monumento e per fare architettura. Sono edifici congruenti “necessari”. Basterebbe guardare la pianta dei pianterreno della città di Roma per vedere come tutto obbedisca ad uno stesso modulo derivato dall’abitazione.
Un lavoro utile che potrebbe fare l’amministrazione è ridisegnare, con rigore scientifico, la pianta dei pianterreno della città di Roma. Pianta che potrebbe divenire il palinsesto sul quale ragionare e dal quale trarre indicazioni che, aggiornate alla luce delle nuove condizioni, potrebbero fornire un utile contributo di metodo per progettare il nuovo. Un palinsesto che  andrebbe esaminato non col gusto antiquario del nostalgico che vuole riproporre il passato, ma con gli occhi nuovi e spogli di pregiudizi di chi vede i disastri dei contemporanei e si chiede che cosa, della città umana e vivibile, sia andato smarrito.