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Periferie senza identità – Tor Sapienza e dintorni

 

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Corriere della Sera

TOR SAPIENZA E DINTORNI
periferie senza identità

di Giuseppe Strappa

Gli abitanti che da Tor Sapienza prendevano gli sgangherati autobus dell’Atac dicevano di «andare a Roma». Il senso condiviso della lontananza si accompagnava al conforto di appartenere a una piccola comunità dove qualche forma di equilibrio solidale dava sicurezza, rendeva vivibili quei luoghi.

Le borgate non erano solo l’inferno raccontato da Pasolini. In posti come questo si viveva una sorta di familiarità condivisa poi scomparsa nel magma informe dell’espansione urbana.

Alle villette isolate, costruite da una cooperativa socialista negli anni ’20, si unirono le palazzine del dopoguerra a formare un vero tessuto urbano unificato dai percorsi della Collatina e di via Tor Sapienza. Mentre nascevano i segni di un nuovo futuro con le fabbriche d?avanguardia (la Voxson, la Sir), un piccolo nucleo operaio si raccoglieva intorno alla torre delle scuole, cupo landmark fascista divenuto, col tempo, quasi cordiale.

Poi, in pochi anni, tutto cambia. Uno dopo l’altro, chiudono gli stabilimenti. La città diviene metropoli, con i sui miti e le sue contraddizioni. Nella convinzione che quel tessuto sia sbagliato e che occorra redimerlo, si pianificano interventi astratti, autonomi, opposti ai processi in atto. Anche l’ormai famoso nucleo di via Morandi, messo di traverso e arroccato sulla collina, separato dal surreale viale De Chirico, è uno di questi frammenti.

Tor Sapienza diviene una delle tante schegge della periferia, stretta tra il Mercato delle carni con le aree della prostituzione, l’insensato tratto urbano dell’alta velocità realizzato a pochi metri dalle abitazioni, l’Autoparco militare, il campo Rom di via Salviati, con i suoi roghi tossici, che la città ha respinto ai propri margini. È andata distrutta l’identità e la dignità di un piccolo mondo in trasformazione che aveva resistito alla crisi e all’ondata delle immigrazioni.

Al contrario dell’immagine diffusa dai media, nella vecchia Tor Sapienza gli stranieri non sono rifiutati. Si sono radicati, anzi, e integrati con i vecchi e nuovi abitanti.

Nell’isola di via Morandi, invece, quei segni di modernità e speranza immaginati dagli architetti, sfondo delle risse razziste e dei cassonetti bruciati dei telegiornali, sono diventati i simboli della città matrigna, che protegge con cura alcuni quartieri e trasforma altri in discariche urbane.

E ora si pensa di risarcire le periferie abbandonate col progetto di quattordici nuove piazze da costruire con i sampietrini rimossi dalle strade del centro. Ancora una piccola, patetica, irrisoria perfidia.

Strappa Giuseppe
(02 aprile 2015)

PROGRAMMA FUNZIONALE

Università “Sapienza” di Roma – Corso di Laurea in Architettura (Restauro)
LABORATORIO DI PROGETTAZIONE II CdL A(R)
Anno accademico 2014/15
Corso A, prof. Giuseppe Strappa,
collaboratori : prof. Paolo Carlotti, archh. Annarita Amato, Antonio Camporeale, Giusi Ciotoli, Marco Falsetti, Giancarlo Salamone, Illy Taci, Cristina Tartaglia.

PROGRAMMA FUNZIONALE PER IL PROGETTO
DI UN NUOVO PALAZZO PER UFFICI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
aggiornato sulla base del bando di concorso per i nuovi uffici della camera dei deputati del 1968

INDICAZIONI GENERALI:
Nella redazione del progetto si dovrà:
a) tener conto che il nuovo edificio è destinato ad integrare il complesso degli edifici attualmente a disposizione della Camera dei deputati e che esso dovrà collegarsi con il Palazzo di Montecitorio mediante passaggi sotterranei e un cavalcavia. II cavalcavia dovrà essere previsto in corrispondenza dell’ingresso del n. 8 di via della Missione, in asse con il Salone dei «passi perduti» e prevedere modifiche congruenti dell’attuale “Palazzo Basile”;
b) studiare in particolare l’inserimento del nuovo edificio tessuto circostante attraverso una lettura “processuale” dell’esistente, valutando criticamente la gerarchizzazione di percorsi e spazi esterni. L’altezza dell’edificio dovrà adeguarsi alle quote degli edifici della piazza;

AMBITI E DIFFERENTI UTENZE:
Nella redazione del progetto si dovrà tenere presente che gli uffici ed i servizi saranno utilizzati dai parlamentari, dal personale, dagli estranei secondo le seguenti indicazioni:
• uffici e servizi utilizzati dai parlamentari , dal personale e dagli estranei:
1) biblioteca e relativi uffici;
2) uffici destinati ai Servizi Studi, legislazione e inchieste parlamentari, e Documentazioni e statistiche parlamentari;
3) sale di ricevimento per il pubblico.
4) ristorante
• uffici e servizi utilizzati dai parlamentari e dal personale:
1) archivio centrale (locali per macchinari ed uffici) ;
2) centro elettronico di elaborazione dati;
4) spazi di lavoro singoli per 540 deputati;
5) sale riunione complementari a quella della Camera (anche per riunioni di gruppi parlamentari)
6) servizi vari: ambulatorio medico, banca, impianti igienico-sanitari
Si dovrà prevedere anticamere per commessi, spogliatoi e servizi nonché locali accessori ed attrezzature (ingressi, atrii, scale, disimpegni, ascensori e montacarichi) per gli uffici ed i servizi, tenendo conto che quelli destinati ai parlamentari ed al personale dipendente dovranno essere separati, anche per ragioni di sicurezza, da quelli destinati agli estranei.

FUNZIONI E QUANTITÀ:
Le indicazioni ed i dati necessari all’impostazione del progetto sono i seguenti:
Biblioteca:
per la biblioteca, accessibile ai parlamentari ed ai dipendenti della Camera nonché ad estranei autorizzati, dovranno essere previsti i seguenti ambienti:
a) magazzino con ricettività di 300.000 volumi;
b) sala cataloghi elettronici mq. 50 con servizio di distribuzione dei volumi comune alle tre categorie di utenti suindicate e sale di lettura separate, con una capacita ricettiva globale di circa 50 posti, tenendo presente che il numero degli estranei sarà limitato. II servizio di distribuzione dovrà essere direttamente collegato con iI magazzino libri mediante sistemi di trasporto meccanici per i volumi e per le schede di richiesta (montacarichi, nastri trasportatori etc.) ;
c) sala di consultazione di enciclopedie, dizionari, opere generali, atti parlamentari e raccolte legislative, e altre sale per la conservazione e la lettura di giornali e riviste;
d) ufficio del bibliotecario e 2 locali per le segreterie;
e) amministrazione, scambi e diritto di stampa mq.120;
f) catalogazione, copia schede, segnatura, inventario e cartellinatura (mq. 200);
g) sala riunione per quindici persone circa;
h) ambienti da destinare a spogliatoi e servizi igienici del personale, e servizi igienici per deputati ed estranei.
Uffici:
Uffici per il Servizio Studi, legislazione e commissioni parlamentari, una sala riunione con una ricettività di 50 posti ed uffici contigui per la Presidenza e la segreteria. Tali uffici dovranno essere adiacenti alla biblioteca e direttamente collegati con essa.
Uffici per il Servizio documentazione e statistiche parlamentari, direttamente collegati con il Servizio Studi, per funzionari ed impiegati.
Ristorante:
II ristorante, con una capacita di almeno 200 coperti, dovrà essere accessibile anche ad ospiti provenienti dall’esterno. A tal fine potranno essere previste due sale, di cui una riservata ai deputati.
Collegati con il ristorante dovranno essere previsti ambienti di disimpegno e di attesa, un piccolo bar, un guardaroba nonché tutti gli impianti accessori (cucina, frigoriferi, dispensa, servizi igienici) dimensionati tenendo presente il presumibile numero degli utenti e la necessità di un rapido avvicendamento degli stessi.
Sale di ricevimento del pubblico:
Il progetto dovrà prevedere da 15 a 20 sale per il ricevimento di singole persone e altre sale più grandi per il ricevimento di gruppi. L’accesso per gli estranei deve essere previsto direttamente dall’esterno; quello per i deputati anche dall’interno. Dovranno essere altresì previsti guardaroba e servizi igienici a disposizione del pubblico.
Archivio centrale:
Il progettista dovrà prevedere da dieci a dodici locali destinati ad archivio, nei quali saranno installati macchinari ed uffici, ubicati al primo piano interrato, in collegamento con il centro elettronico e con I’archivio legislativo sito nel Palazzo Basile.
Centro elettronico di elaborazione dati (C.E.D.):
Il progettista dovrà prevedere locali destinati al Centro elettronico di elaborazione dati e relativi uffici per un totale di 200 mq. di superficie utile. Nei locali destinati al C.E.D. saranno impiantati i sistemi elettronici e saranno sistemati, inoltre, gli uffici per il personale, gli spogliatoi per gli operatori, I’archivio elettronico e il reparto manutenzione delle macchine. Il Centro sarà ubicato al piano interrato e dovrà essere collegato con I’archivio centrale.
Centro riproduzione documenti:
Il progettista dovrà prevedere locali destinati ai reparti per riproduzione documenti nonché agli uffici relativi per un totale di 100 mq. di superficie utile in n. 2 locali, uno per la riproduzione a scanner e l’altro per la riproduzione fotografica.
Spazi di lavoro:
II progettista dovrà prevedere spazi di lavoro per 540 deputati. Gli ambienti dovranno consentire che a ciascun parlamentare possa essere riservato un posto di lavoro singolo costituito da un ampio scrittoio e da un complesso scaffale-stipetto. Attigui alle predette sale dovrà essere prevista un’anticamera per la segreteria dei deputati. In considerazione dell’attuale vita parlamentare, fatta più di lavoro di gruppo che di studio isolato, si propone di integrare gli spazi ufficio personali con n. 3 sale per le riunioni dei gruppi parlamentari, una di mq. 400 e 2 di mq. 150. Attigue alle predette sale si ubicheranno alcune stanze di segreteria.
Servizi vari:
II progettista dovrà prevedere locali destinati a:
a) banca: saranno previsti una sala sportelli per tutti i servizi bancari e due locali destinati a uffici. I locali destinati al servizio bancario potranno essere ubicati al piano terra in collegamento con I’atrio di accesso;
b) ufficio postale : una sala sportelli per tutti i servizi postelegrafonici, un ufficio destinato al direttore, tre uffici per il personale e i relativi servizi igienici e) bagni: saranno previsti tutti i servizi igienico sanitari occorrenti ai deputati;
c) servizi necessari e locali adeguati per gli impianti tecnici, di condizionamento d’aria, igienici, elettrici, ecc.
importante:
Lo studente dovrà inoltre prevedere I’inserimento della fontana barocca recuperata da Palazzo Ludovisi, a seguito dei lavori di inserimento dell’aula parlamentare, di cui saranno in seguito forniti i materiali di rilievo.

BIBLIOGRAFIA SPECIFICA SUL CONCORSO DELLA CAMERA DEI DEPUTATI
Koenig G. K., Montecitorio, valle di lacrime, «Casabella» 321/1967
Tafuri M., Il concorso per i nuovi uffici della Camera dei Deputati, Roma 1968
Piperno L. (a cura di), Grandi concorsi italiani tra il 1945 e il 1986, in « Rassegna » n.61, 1995, anno XVII

LABORATORIO DI PROGETTAZIONE

Università “Sapienza” di Roma-Corso di Laurea Magistrale in Architettura (Restauro)

LABORATORIO DI PROGETTAZIONE II

Anno accademico 2014/15 Corso A, prof. Giuseppe Strappa

collaboratori : prof. Paolo Carlotti, archh. Annarita Amato, Antonio Camporeale, Giusi Ciotoli, Marco Falsetti, Giancarlo Salamone, Illy Taci, Cristina Tartaglia.

Sede di Fontanella Borghese, Aula 8. Orario Martedì e Venerdì ore 9-13

Generalità Il Laboratorio si propone l’obiettivo di concludere la formazione dello studente architetto, giunto all’ultimo anno dei propri studi e quindi alla maturità didattica, attraverso un esercizio di sintesi progettuale che unifichi le esperienze compiute nei corsi precedenti. Questo fine sarà perseguito attraverso un itinerario didattico/progettuale che ha inizio dalla lettura critica del luogo, continua con l’individuazione dei problemi posti dall’area di studio e la selezione di soluzioni congruenti, concludendosi con la produzione di una “forma” architettonica, sintesi estetica che conclude il processo. Forma intesa nel senso, il più utile per l’architetto, di aspetto visibile di una struttura in continua trasformazione della quale verranno esaminati gli aspetti fondamentali: spaziali, costruttivi, espressivi. Il nuovo intervento dovrà essere elaborato, dunque, come esito provvisorio di uno svolgimento in atto, pienamente inserito nel grande flusso delle trasformazioni dell’organismo urbano.

Tema del progetto d’anno Il Laboratorio si colloca all’interno del Corso di Laurea Magistrale in Architettura e Restauro, un ambito culturale, quindi, che richiede uno studio particolare del rapporto con le preesistenze. Nell’ Anno accademico 2014/15 verrà proposto l’esperimento progettuale di un intervento di edilizia specialistica, ottenuto per trasformazione del tessuto edilizio storico esistente, nell’area ottenuta dalle demolizioni effettuate per la costruzione del Palazzo Basile (Camera dei Deputati) compresa tra Via della Missione, Piazza del Parlamento, Via di Campo Marzio e, sul quarto lato, dalle pareti cieche risultanti dalle demolizioni. Il nuovo organismo architettonico sarà destinato a funzioni complementari alle attuali strutture della Camera dei Deputati, da tempo insufficienti soprattutto per carenze di spazi amministrativi. Funzioni e superfici del nuovo progetto saranno indicate sulla base del concorso del 1967, con gli aggiornamenti dovuti alle nuove condizioni imposte dalle trasformazioni avvenute sia in relazione alle richieste funzionali che alla nuova attenzione alle preesistenze archeologiche, assai rilevanti nell’area. Le ipotesi didattiche prenderanno atto delle demolizioni prodotte e della necessità di continuare un processo iniziato con la trasformazione di Palazzo Ludovisi. Il nuovo progetto, evitando ogni imitazione storicistica, sarà quindi il prodotto di una trasformazione che parte dalla lettura dell’esistente di cui verranno interpretati i caratteri formativi. Il progetto dovrà risultare, in altri termini, esito di un processo di trasformazione in atto che considera la città, anche nella sua parte storica, quale organismo in continua trasformazione che, come tale, richiede interventi necessari, proporzionati e congruenti. L’area è stata scelta sia perché particolarmente esemplificativa del processo formativo dei tessuti storici romani, sia perché è stata oggetto di un concorso che ha costituito uno dei nodi irrisolti all’interno della vicenda moderna dell’architettura romana. Gli studenti elaboreranno in gruppo (di tre studenti al massimo) una lettura critica dell’area di studio relazionandola al più generale contesto urbano, interpretando il ruolo del nuovo intervento in relazione alla gerarchia dei percorsi e dei caratteri degli organismi edilizi al contorno. Lo studio investirà anche eventuali spazi ed edifici esistenti, in modo che il risultato dell’intervento sia la produzione di un nuovo luogo, non semplicemente di un edificio. All’interno di questa prima lettura generale comune, gli studenti svilupperanno poi, singolarmente, il progetto dell’ edificio speciale. Per le particolari richieste del tema e del luogo, il progetto dovrà inoltre indagare il significato e il linguaggio di una nuova architettura che, inevitabilmente, farà i conti col problema del “monumento” contemporaneo: dovrà prevedere ipotesi congruenti col tessuto storico col carattere simbolico del nuovo edificio attraverso soluzioni contemporanee che evitino qualsiasi imitazioni stilistica dell’esistente. Particolare attenzione verrà posta ai problemi statico-costruttivi, per i quali si richiedono soluzioni mature e aggiornate, come ci si aspetta da studenti al quinto anno del corso di studi. Altre informazioni saranno fornite sul sito http://w3.uniroma1.it/strappa dove lo studente troverà anche alcune sintesi di lezioni utili a definire il metodo d’intervento.

Modalità di svolgimento del Laboratorio Il Laboratorio sarà articolato in un ciclo di lezioni ed esercitazioni settimanali, alcune in comune col parallelo corso B, finalizzate a fornire allo studente alcune premesse di metodo, e nell’elaborazione di un progetto d’anno definito anche nei suoi principali aspetti tecnici. Verrà utilizzata la piattaforma e.learning per documentazioni, informazioni, consegne. Il tema d’anno sarà sviluppato attraverso comunicazioni in aula, revisioni periodiche e verifiche collettive dei singoli progetti inseriti nel contesto della lettura elaborata in gruppo. Si terranno, come introduzione al progetto d’anno, lezioni sui seguenti temi: – Lettura dei processi formativi dell’edilizia specialistica in area romana; – Vicende e progetti di trasformazione dell’area di studio con particolare riferimento al concorso del 67; – Caratteri dell’architettura moderna nell’area romana; Le lezioni successive riguarderanno informazioni e riflessioni su temi direttamente legati alla progettazione (organizzate anche in funzione delle richieste degli studenti) con esempi di letture e progetti d’interventi urbani. Sono previste consegne intermedie (da depositare su e.learning) che saranno valutate dalla docenza e contribuiranno alla formazione del voto finale. La frequenza è obbligatoria. Gli studenti che non avranno frequentato almeno il 70% delle lezioni o che non avranno effettuato due o più consegne, non verranno ammessi agli esami.

Modalità di svolgimento degli esami L’esame consisterà: 1. In un colloquio sull’ apprendimento degli argomenti trattati a lezione, approfonditi attraverso le indicazioni bibliografiche ed elaborati in modo originale attraverso un saggio critico (teoria). Il testo (considerato fondamentale) illustrerà, anche con grafici, il metodo di lettura seguito, le premesse teoriche del progetto, il suo carattere di esito di un processo di trasformazione. Il testo (15/20 cartelle) sarà depositato sul sito e.learning quattro giorni prima dell’esame, in modo che la docenza possa prenderne visione; 2. In una discussione degli elaborati progettuali (pratica). Le tavole di progetto saranno redatte nel formato unificato A1 secondo il format che verrà indicato dalla docenza. Gli elaborati comprenderanno: – Tavola/e di lettura dell’esistente in scala 1:500; 1:200; – Tavole del progetto inserito nelle preesistenze in scala 1:500 (o comunque in scala opportuna) e disegni (piante, sezioni, prospetti) in scala 1:200, 1:100, 1:50 eseguite nel formato unificato; – tavola dei materiali e delle strutture; – assonometrie; modello in scala e/o render 3D.

Testi e riferimenti bibliografici. Testo di riferimento del corso è: G.Strappa, L’architettura come processo, Franco Angeli, Milano 2014. Altri testi utili: G.Strappa, Unità dell’organismo architettonico. Note sulla formazione e trasformazione dei caratteri degli edifici, Bari, 1995 (on line sul sito indicato). G. Carbonara, Architettura d’oggi e restauro. Un confronto antico-nuovo, Torino 2011. M. Tafuri, Il concorso per i nuovi uffici della Camera dei Deputati. Un bilancio dell’architettura italiana, Roma 1968 (on line sul sito indicato). La bibliografia specifica sarà fornita di volta in volta in relazione alle singole comunicazioni didattiche. Di alcuni saggi e articoli, quando consentito dalle leggi vigenti, sarà fornita copia sul sito http://w3.uniroma1.it/strappa.

convegno morfologia urbana e progetto – 6 novembre

Bassa definiz. poster UM 6 novembre

link alla locandina del convegno di fondazione dell’ Isuf Italy  : 2007 ISUF ITALY fondazione

La morfologia è lo studio della forma come aspetto visibile di una struttura. Forma come formazione che presuppone un processo formativo conoscibile e razionalmente indagabile come strumento di progetto. La stessa forma può essere riguardata, sotto questo aspetto, come organismo, e come tale considerata formata e formante, con proprie leggi interne che legano le parti in unità. Per l’architetto l’uso della morfologia, ritengo, è molto importante: significa leggere il territorio come architettura, studiarne la forma come organismo territoriale dove le parti si legano in rapporto di necessità. Considerare il paesaggio non solo nei suoi aspetti legati alla percezione, ma come aspetto visibile delle strutture territoriali. Lo stesso vale per l’organismo urbano e i tessuti: la città come processo di trasformazione, forma in continuo divenire. E gli stessi edifici possono essere considerati come organismi edilizi, dove la forma attuale deriva da un processo di trasformazione dalla materia al materiale, agli elementi, alle strutture,  all’organismo. La forma dell’architettura che percepiamo è, dunque, solo un provvisorio momento di equilibrio all’interno di questo flusso continuo di trasformazioni.

ORGANICITA’ FUTURA

 

ORGANICITA’ FUTURA

di Giuseppe Strappa

In Città di Pietra – L’altra modernità, catalogo della X Biennali di Architettura di Venezia, Venezia 2006.

Il tema della sezione “Città di pietra” all’interno della Biennale d’architettura del 2006, ripropone alla riflessione alcuni temi fondanti delle discipline di progetto che sono stati a lungo ritenuti superati senza che alcun dibattito o, almeno, pensiero compiutamente espresso, ne avesse dimostrato la reale inattualità.

Credo che tra questi temi abbia un ruolo centrale, per il carattere fondante che possiede, quello relativo al principio di organismo e organicità, che informa appieno la nozione stessa di architettura mediterranea. Principio che sembra entrare, secondo una critica sbrigativa quanto settaria, in collisione con i portati più evidenti del pensiero contemporaneo: sembrerebbe non contenere e comprendere le radici profonde delle trasformazioni che sono alla base della formazione della città moderna e le modificazioni che determinano le condizioni di crisi della città contemporanea. Sotto questo riguardo il metodo di leggere la realtà costruita come organismo, a partire dal suo processo formativo, viene non di rado considerato, da una parte, strumento di pacificazione e conciliazione delle lacerazioni prodotte dalle trasformazioni dell’ultimo mezzo secolo ottenuto in vitro, nell’universo perimetrato e protetto dei riferimenti alla tradizione, secondo un consolidato luogo comune che vuole leggere la storia come luogo dell’armonia e la modernità come dissonanza, dall’altra una sorta di archeologia del territorio inapplicabile alla città contemporanea, per la quale  l’unica nozione utilizzabile sembra essere quella di “complessità”. Nozione in realtà ormai vaga proprio per essere divenuta, nell’uso, onnicomprensiva: che sembra documentare, ma non spiegare, la contemporanea frammentazione dell’unità formativa dell’architettura della città. Nessuno sembra chiedersi se dissonanze e frammentazioni, il disordine che sembra mostrarsi privo di significato, non siano in realtà lo strato superficiale di cambiamenti profondi, l’aspetto visibile di strutture in formazione, il segno ancora oscuro, come sempre nella storia, del nuovo ordine che sta emergendo.

Non c’é dubbio che le tecniche di progettazione abbiano subito, negli ultimi due secoli, un progressivo fenomeno di astrazione: dalla conoscenza diretta del paesaggio costruito si è passati alla conoscenza indiretta derivata dall’accumulo di riproduzioni del paesaggio reale (descrizioni comunque critiche e dunque inevitabilmente deformate del reale, che pongono un’attenzione “di parte” su alcuni aspetti dell’oggetto descritto, trascurandone altri) fino agli odierni modi di percezione, esclusivamente mediati. La percezione contemporanea, filtrata e indiretta, contribuisce a separare le forme tra loro rendendole autonome, impedendo di cogliere l’intervallo prezioso tra le cose.  Che diviene vuoto.

Siamo dunque di fronte ad una crisi che ha caratteri inediti rispetto alle grandi fasi critiche, di transizione, che hanno percorso fino ad oggi la storia della città e del territorio:  l’interpretazione artificiale e mediatica del mondo si sovrappone alla percezione naturale della realtà, consentendo di “liberare” la forma dal suo alveo concreto, di staccarla dai legami organici che la tengono unita agli altri prodotti dell’antropizzazione del territorio: di proporre forme analoghe a quelle del mondo reale letto nella sua disgregazione ponendo problemi, e questo è uno dei nodi della questione, appartenenti tradizionalmente ad altre discipline “descrittive” che operano di diritto sulla forma staccata dalla realtà. Trascurando così che l’architettura, nella sua essenza, non è descrizione (né imitazione o interpretazione) della realtà: è la realtà. E separando, nello spazio e nel tempo, le forme dalla loro cornice naturale, tranciandone le relazioni reciproche e dunque perdendo la possibilità di leggerne la ricchezza, la complessa necessità reciproca nel grande flusso delle trasformazioni del paesaggio costruito.  L’organicità dell’edificio, della città, del territorio, non risulta leggibile, infatti, nella forma “principale” sulla quale si focalizza l’interesse dell’osservatore, ma nello spazio che è generato dall’incontro, dall’intervallo o dall’ intersezione tra le forme, che dimostra la con-formazione dell’elemento, la sua maggiore o minore predisposizione ad accogliere il rapporto con altri elementi, a disporsi all’aggregazione, a formare unità di grado maggiore.  Spazi che nelle periferie, nei margini conflittuali e irrisolti della città contemporanea hanno acquisito la dimensione di grandi  schegge nelle quali, tuttavia, non si compie lo sforzo di riconoscere la traccia  alterata della forma che precede l’esplosione. Se non si coglie il senso delle polarità delle quali è intersezione, lo spazio ibrido e vago delle periferie finisce col ricadere nel grande mare del pittoresco metropolitano e l’unica spiegazione della forma che assume la complessità finisce con l’appartenere al dominio della statistica: il reale come caso particolare  e fortuito del possibile. La nuova retorica del vuoto  può essere letta, per questa via, come rifiuto della concretezza dello spazio-intervallo tra le forme, prodotto dell’indagine analitica delle molte espressioni della città e del territorio che riduce ogni oggetto a frammento, ogni forma a rovina, ovvero resto di un processo di mutazioni separato dalla propria dimora organica (si vedano in proposito le anticipatrici considerazioni di Paul Virilio sulla dematerializzione del paesaggio urbano e l’irruzione di tecnologie dell’immagine virtuale in L’orizon negatif,  Paris 1984).

In altri termini, il contributo della nozione di organismo alla lettura della città contemporanea ritengo  possa consistere in un richiamo, critico e vitale, alla realtà: nel dimostrare come non esista il vuoto se non nel modo contemporaneo di percepire il mondo come dematerializzazione della realtà fenomenica, nell’immagine astraente che separa lo spazio dai propri contorni, i quali in realtà lo in-formano, danno aspetto riconoscibile, nella loro interezza, a sequenze di strutture e processi operanti, altrimenti invisibili.

Mi sembra che la leggittimità di questo contributo sia messo in crisi da quattro condizioni al contorno che sembrano vanificare ogni sforzo di aggiornamento della nozione di organismo.

1. A conforto delle tesi sull’obsolescenza della nozione di organismo si aggiunge oggi una nuova, evidente  condizione, mai sperimentata prima d’ora in termini tanto estesi, di enorme abbondanza di risorse disponibili nel mondo occidentale. Condizione che ha inciso profondamente anche nel modo di concepire l’economia dell’architettura col rendere meno stringenti alcune fondamentali necessità nei rapporti interni tra parti dell’organismo architettonico e urbano.

Da tempo il termine “consumismo” è entrato nel novero delle parole abbandonate, retaggio innominabile di un sociologismo polveroso. La spiegazione è semplice:  in realtà la logica onnivora del consumo (unitamente a quella ad essa inevitabilmente collegata della competizione) è talmente connaturata alla condizione contemporanea da essere divenuta invisibile alla critica, da costituire il vero terreno di coltura e di confronto dell’innovazione in architettura.

Con effetti, peraltro, spesso dannosi, come nel caso della costruzione dellaTrés Grande Bibliothéque di Parigi, il cui progetto, come nota J.M.Mandosio (L’effondrement de la Trés Grande Bibliothéque, Parigi 1999), si adegua con tanta partecipazione alle richieste di “spendibilità” politica dell’immagine, da  lasciare irrisolti i problemi legati alla natura stessa dell’organismo architettonico.

Il limite antimoderno ma anche, allo stesso tempo, la forza stessa del metodo progettuale legato alla nozione di organismo, risiede nella sua attitudine esemplificativa e dimostrativa della realtà, nel prefigurare un mondo di regole depurato e semplice (simplex  come contrario di multiplex) : un processo di riduzione critica della realtà dunque che, come tale, contiene allo stesso tempo, si noti, complesse scelte interpretative e programmatiche. La “semplificazione critica” prende atto della complessità-multiformità del costruito e si pone, in questo senso, non diversamente da ogni ipotesi scientifica, come risultato di un atto di selezione: la possibile sintesi unificante ricercata in quanto la realtà costruita contiene di tipico e generalizzabile, come uno strato geologico profondo che si modifica con lentezza al di sotto del flusso delle improvvise e caotiche trasformazioni superficiali. Forzando un po’ la mano possiamo dire che, come in qualsiasi testo, noi leggiamo nella città e nel territorio quello che vogliamo e possiamo leggere (in questo senso la lettura non è mai neutrale ma è, essa stessa, progetto). Se si osserva la realtà costruita con l’ottica cui abbiamo fatto cenno, non è difficile riconoscere come sopravviva, potente, un sostrato culturale che induce all’uso di forme e tecniche costruttive  specifiche e differenziate all’interno di aree che hanno sviluppato, storicamente, caratteri comuni: ancora, e di nuovo, sono oggi riconoscibili i diversi aspetti, perfino nella sperimentazione architettonica, tipici delle aree a tradizione elastica e di quelle a tradizione plastica dando luogo ad una possibile individuazione di caratteri, se non omogenei, almeno leggibili con una certa costanza, interni alle aree di tradizione seriale e gotica (non solo nordeuropee ma anche nordamericane) e di tradizione organica e mediterranea.

Funzione ordinatrice e semplificatrice, si diceva, la quale costituisce, si badi, tutt’altro che la banalizzazione dei dati della realtà. Al contrario la semplificazione rappresenta l’atto complesso di riconoscere la struttura portante del problema che permette di superare l’accessorio, il dettaglio, il complemento secondario destinato ad uniformarsi (a comporsi in unità) secondo la traccia generale disegnata nell’insidioso groviglio di segni che ogni paesaggio contemporaneo contiene. Metodo che ha pieno diritto, ritengo, a rivendicare una possibile attualizzazione: la lettura dell’esistente non può, in realtà, oggi, avvenire nella “piena innocenza” della pura constatazione, per le molte conseguenze che il modo di leggere e progettare la città per parti (e la città letta “per frammenti” non ne è che la conseguenza estrema) ha avuto sullo sviluppo disastroso della città europea degli ultimi quarant’anni.

2. E’ evidente che la diffusione a rete degli scambi e la globalizzazione dell’informazione  sono tra i fenomeni contemporanei quelli che possiedono, insieme ad una grande forza di suggestione, le maggiori potenzialità di trasformazione della vita urbana; e tuttavia, nonostante le teorie più aggiornate vi facciano continuo riferimento, non sembra essere stata elaborata alcuna proposta credibile che metta in relazione tali fenomeni con la possibilità del controllo progettuale della realtà costruita, né alcun disegno di architettura è riuscito ad includere, se non attraverso la suggestione dell’immagine analogica, l’innovazione delle mutazioni della comunicazione diffusa.

La quale ha già prodotto da tempo, peraltro, i suoi effetti traumatici nella vita quotidiana con l’introduzione delle reti telefoniche, seguita dalla diffusione del fax e della posta elettronica. In realtà l’architettura possiede una sua non eliminabile fisicità in grado di accogliere soprattutto le mutazioni che riguardano l’ambiente fisico. Molto più delle nuove forme di comunicazione immateriale, i cambiamenti indotti dalla “fisicità” delle forme di trasporto meccanizzato hanno contribuito all’aggiornamento degli edifici, dei tessuti, delle strutture del territorio. Si pensi, a fronte dell’ impatto relativamente scarso prodotto dall’uso del telegrafo o della posta pneumatica, alla rivoluzione operata dall’ introduzione dell’ascensore nella forma degli edifici. L’edificio specializzato seriale assumeva, tradizionalmente, la forma di un tessuto nel quale veniva operato un ribaltamento dei percorsi all’interno (il palazzo, ad esempio, il convento e gli infiniti tipi edilizi da essi derivati).  Rispetto a questi percorsi tradizionali, soprattutto orizzontali, i vani scala non potevano che porsi, per la brevità del loro sviluppo, come prosecuzione o comunicazione tra percorsi e la cui lunghezza veniva limitata da evidenti ragioni antropiche. Con l’irruzione del trasporto meccanizzato il vano ascensore diviene un vero e proprio asse che individua un percorso verticale sul quale si impiantano, seppure instabilmente,  percorsi secondari orizzontali che distribuiscono i diversi piani. Viene così ricostruita, in verticale, la logica della gerarchizzazione delle percorrenze di un tessuto, aprendo fisicamente una terza dimensione all’incremento dell’organismo aggregativo: con le dovute cautele e revisioni, la processualità  formativa delle torri nella metropoli contemporanea, permette ancora di riconoscere la presenza della nozione, aggiornata, di tessuto.

Si pensi poi, passando dalla scala dell’organismo edilizio a quella dell’organismo urbano e territoriale, all’innovazione costituita dall’introduzione delle linee tranviarie e metropolitane, delle reti ferroviarie, fino all’attuale meccanizzazione totale: da un luogo della terra all’altro il viaggio avviene oggi solo attraverso la mediazione della macchina (l’auto o il treno metropolitano, il nastro trasportatore, la scala mobile, l’aereo e poi di nuovo la scala mobile, il nastro trasportatore, il treno metropolitano o l’auto) in una sequenza razionale di percorsi che acquisisce un proprio carattere (riconoscibile e programmabile) distributivo, spaziale, estetico. Accanto a questi fenomeni riconducibili entro l’alveo generale del processo di mutazione dei caratteri tipici della città e del territorio, gli altri fenomeni dovuti alla formazione delle reti di comunicazione immateriale (il decremento nella gerarchizzazione dei centri o de-centramento; l’instabilità del rapporto tra attività produttiva e luogo, o de-localizzazione) intervengono come indicazione generale che non può essere articolata in tutta la sua imprevedibile complessità. La quale deve essere ridotta alla sua essenza di orientamento, alla previsione di comportamenti “elastici” ma, riteniamo,  non labili.

All’interno della tendenza largamente diffusa alla mitizzazione estetica della contemporanea congestione della metropoli e del territorio, la diade progetto – realtà si può quindi riconoscere nella coppia di  termini contrapposti e complementari semplificazione – complessità, dando origine alle due nozioni di realtà semplificata e complessità progettata dove la prima indica la conoscenza della funzione critica non solo del progetto, ma anche della lettura di cui il progetto è parte costituente, mentre la seconda si associa al ruolo astraente del progetto contemporaneo, che tende a proporre come fine dell’architettura non lo scioglimento (o almeno il razionale controllo) della complessità intesa come multi-forme (come forma multipla nella quale riconoscere l’unità di grado superiore) ma, come cercherò di chiarire, la sua comprensione generale, l’espressione sintetica dell’ unità frammentata come plesso inestricabile.

3. In questo senso le teorizzazioni dei ricercatori della complessità (il cui fitto stuolo di più o meno dichiarati epigoni ha contribuito in modo rilevante alla contemporanea dispersione del ruolo dell’architettura e dell’architetto) si pongono come cosciente lettura semplificata della realtà alla quale fa seguito un artificioso progetto della complessità.

Tutte le contraddizioni economiche e sociali che hanno condotto alla formazione della metropoli contemporanea come gigantesco nodo territoriale inestricabile, terribile ed affascinante, vengono colte sinteticamente e semplicememte nel loro valore estetico di individuazione dei caratteri estremi della complessità urbana, da riproporre con gli strumenti della descrizione, e quindi fondamentalmente letterari, nella progettazione del nuovo, anche in aree culturali dai caratteri radicalmente diversi.

La Manhattan della Delirious New York raccontata da Koolhaas, non a caso, è il luogo deputato alla trasformazione permanente che contiene non solo l’immagine della mutazione, dell’irrazionalità e dell’utopia, ma anche  degli strati  di architetture possibili, layers  di progetti abortiti che costituiscono possibili alternative alla realtà costruita. L’ interpretazione critica e processuale che la “cultura della congestione” in qualche modo contiene, mette in evidenza la crescita programmaticamente antiorganica della metropoi contemporanea,  l’estremizzazione delle sue matrici seriali, lo sviluppo per addizioni continue in conflitto tra loro.  Ma la critica di Koolhaas contiene, anche, la presunzione di progettare la casualità del molteplice letto nei suoi frammenti separati: l’evocazione della complessità dei suoi primi progetti per Le Havre, Lille, Karlsruhe, finisce per divenire il gesto del samana , per apparentarsi al rito taumaturgico che media forze irrazionali, misteriose, incontrollabili. Perduta la pertinenza con la propria fase storica e con la propria area culturale (tolte dal loro tumultuoso contesto economico e antropico) le forme delle torri-grattacielo si trasformano in oggetti di evocazione,  non dissimili, in fondo, dalla (ormai) nostalgica imitazione di modelli e comportamenti lontani e mitizzati, diffusi in Europa almeno a partire dal secondo dopoguerra. Una tecnica di seduzione, evocatrice di un mondo nuovo della densità e dell’accelerazione, dove le contraddizioni sembrano di volta in volta, illusoriamente e paradossalmente, sciogliersi per eccesso di concentrazione.

Ma non è affatto detto che l’architettura del futuro, sulla scia, in fondo, delle visioni che da Jules Verne a Le Corbusier, da Marinetti a Robert Moses hanno percorso l’immaginario occidentale moderno, dovrà prendere le forme del mondo della velocità, della macchina, dell’intensificazione dei flussi. Ne’ che il fascino della scoperta del caos latente nell’Universo, delle nuove teorie scientifiche che ipotizzano l’indeterminatezza del rapporto tra causa ed effetto, sia qualcosa di più che una giustificazione vaga ed effimera di una frammentazione (di una perdita della capacità di leggere il generale negli infiniti particolari che la realtà di continuo propone) che ha invece ragioni interne alla crisi di trasformazione che l’architettura  periodicamente subisce nei momenti di grande passaggio epocale.

E’ invece possibile che, passata  l’euforia analogica e lo stupore per i cambiamenti in atto, l’architettura della città futura, sulla scia della grande tradizione mediterranea, aggiornata dal portato dei tempi, risulti fondata sull’aggregazione di grandi vani vuoti capaci, anche, di contenere il fragore dei grandi flussi di una popolazione instabile, rumorosa, migratoria senza per questo inseguire un’impossibile adeguamento ad ogni cambiamento in atto: tutto quanto è destinato a seguire una mutazione, non può che prescindere dalle forme della mutazione stessa, dovendo possedere una solidità di grado superiore, capace di ospitare l’incognito. Il naufragio dei miti della “dimensione umana”, delle tante macchine per abitare, curare, riunire disegnate dagli architetti, ha mostrato, oltre ogni ombra di dubbio, la necessità di separare il mutevole, l’accessorio, il transeunte (la parte mobile e fragile del costruito) dalla solidità della pietra che sostiene e separa.  Per questo le nostre città torneranno ad essere, nell’organicità dei loro caratteri, città di pietra, anche se la pietra sarà sostituita da altri materiali a carattere murario (in questo senso l’architetto contemporaneo è il primitivo del nuovo millennio il quale, di fronte delle nuove materie che la scienza e l’industria gli propongono, tenta di riconoscerne faticosamente i caratteri, il processo attraverso il quale la materia nuovissima può essere  trasformata in materiale.

Questa architettura (della quale sembrano già emergere i segni di un’inaugurale poesia) darà i suoi prodotti esemplari, non diversamente dalle basiliche e dai fori dell’antichità mediterranea, proprio nelle grandi infrastrutture a contatto con la velocità e con la macchina: nelle fabbriche dove una tecnologia in continua evoluzione non permette alla forma di adeguarsi a funzioni provvisorie, in continuo mutamento, ma soprattutto nei grandi nodi di scambio territoriale. In tutti quei luoghi, in altre parole, dove la complessità deriva dalla mancanza (dall’impossibilità) di riconoscimento dei nessi tra le cose: riconoscere l’aeroporto (ma anche la stazione della metropolitana, lo scalo dei container ecc.) come nodo di una struttura di percorrenze risulta infatti impossibile di fronte alla mancanza di visibilità fisica della rete di trasporto. E tuttavia sarebbe semplicistico leggere l’aeroporto come frammento, le stazioni delle subways  come tessere disperse nel flusso delle trasformazioni urbane. L’architettura dovrà farsi carico, al contrario, anche del non visibile, dell’organicità non direttamente leggibile che lega gli aeroporti tra loro, come pure le stazioni delle metropolitane e i nodi dell’alta velocità. Non è un caso che le nozioni di organismo e  tipicità riemergano proprio nei contesti dai quali, come espressione riconosciuta della modernità, dovrebbero essere più lontane.

4. Ultimo e consolidato aspetto della questione che prenderemo in esame: la pretesa obsolescenza della nozione di tipicità, strettamente connessa a quella di organismo, a fronte del vortice del cambiamento nei processi produttivi insorto con la modernità ed esasperato dalla crisi contemporanea.

Forse occorrerebbe riflettere, più di quanto non sia stato fatto fino ad ora, sulla permanenza della nozione di tipo nell’architettura moderna: gran parte della didattica e della produzione storiografica contemporanee continuano a proporre l’architettura moderna come risultato di una grande koinè innovatrice la cui coesione era basata su una sorta di eroica negazione del tipo.

Questa negazione, ultima difesa di un tenace individualismo tardoromantico, effettivamente latente in molti manifesti della modernità, era in larga parte dovuta alla condizione di crisi indotta dall’irruzione della macchina, considerata come innovazione improvvisa che causa il mutamento fulmineo, la rivoluzione estesa ad ogni campo delle attività umane, e quindi, anche al carattere degli edifici.

Orbene, considerando la macchina, anche nella sua versione aggiornata di hardware, sotto un diverso, più realistico punto di vista, non si può non riconoscere il suo evidente contenuto tipologico.

Consideriamo, ad esempio, il divario tra ruolo dell’aeroplano nell’immaginario moderno e la sua essenza fenomenica di prodotto industriale. Dal paragone fra il processo di mutazione dei tipi di edificio e dei tipi di aeroplano nascono sorprendenti analogie: non esiste aereo che sia stato totalmente inventato, ma famiglie di aeroplani dove ogni nuova macchina costituisce un aggiornamento della macchina precedente: si pensi alle grandi famiglie di macchine abitate, ai Latécoère, ai Caproni ammirati da Le Corbusier, ognuna deposito di esperienze e innovazioni, piccole e grandi modificazioni, specializzazioni successive. E, poi, alla trasformazione dei materiali: accanto agli esperimenti, nella produzione corrente, negli edifici come nelle macchine, i cambiamenti improvvisi nei materiali non portano immediatamente a forme nuove: aerei costruiti dapprima in legno e successivamente in metallo rimangono pressoché identici per un tempo relativamente lungo, mantenendo i caratteri del tipo, poi aggiornato sviluppandone nuove potenzialità. Ogni tipo è così pertinente alla propria fase storica: il tipo sperimentale, assolutamente innovativo, non può trovare applicazione che nell’ambito ristretto del laboratorio. Negli anni ’30 è stato costruito, negli Stati Uniti, dalla Douglas, un aereo straordinario, realizzato a seguito di un’inchiesta sulla domanda di innovazione nei trasporti, che conteneva tecnologie degne di una macchina degli anni’70. Eppure, nonostante il costo di sviluppo avesse raggiunto i 30 milioni di dollari,  questa macchina  non è stata immessa sul mercato poiché le condizioni tecnologiche ed economiche, la cultura tecnica, l’intero contesto nel quale avrebbe dovuto operare,  non consentivano di recepire la rivoluzione proposta.

Se si prescinde dalle semplificazioni di una storiografia di parte, i documenti della vicenda italiana dell’ architettura moderna mostrano, peraltro, come fosse evidentissima la coscienza del limite culturale e storico dell’innovazione anche nel processo di identificazione tra edificio e macchina.

Basterà rileggere, in proposito, alcuni passaggi del manifesto pubblicato nel 1926 dal Gruppo 7, una delle prime teorizzazioni italiane dell’architettura moderna: “Le nuove forme dell’architettura dovranno ricevere il valore estetico dal solo carattere di necessità,e solo in seguito per via di selezione nascerà lo stile. Si è detto per selezione,questa parola sorprende. Aggiungiamo: occorre persuadersi della necessità di produrre dei tipi,pochi tipi fondamentali. Questa necessaria, inevitabile legge incontra la più grande ostilità,la più assoluta incomprensione. Ma guardiamoci indietro,tutta l’architettura di Roma nel mondo è basata su 4 o 5 tipi e tutta la sua forza sta nell’aver mantenuto questi schemi,ripetendoli e perfezionandoli per selezione,appunto. Ma l’idea della casa tipo sconcerta, spaventa,suscita i commenti più grotteschi e più assurdi. Si crede che fare delle case tipo, in serie, significhi meccanicizzarle, costruire edifici che somiglino ai piroscafi e agli aeroplani. Deplorevole equivoco,nell’architettura non si é mai pensato di ispirarsi alla macchina. L’architettura deve aderire alle nuove necessità come le macchine moderne nascono da nuove necessità e si perfezionano con l’aumentare di quelle. La casa avrà una sua nuova estetica, come l’aeroplano ha una sua estetica,ma la casa non avrà quella dello aeroplano”.

Passaggio che, mi sembra, possa costituire in questo contesto non solo lo scioglimento di un equivoco ancora persistente  nel dibattito in atto, ma anche la prefigurazione, assolutamente limpida, di un’alternativa, di una via organica e processuale alla deriva estetizzante e tardoromantica dell’architettura contemporanea.