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LA POLEMICA SUL RESTAURO DI PONTE SISTO

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di Giuseppe Strappa

La storia infinita dell'”arco di ferro” – l’agonia di ponte Sisto,

in “La Repubblica” del 13 settembre 1992.

Quando nel 1876 Angelo Vescovali, solerte e dimenticato burocrate comunale, pose mano al progetto per la trasformazione di Ponte Sisto, forse  non fu nemmeno sfiorato dal sospetto  che stava operando nel corpo vivo della storia.  Preso nel  vortice della febbrile attività edilizia che aveva seguito il trasporto della capitale a Roma, nascondeva probabilmente, in qualche angolo riposto della propria mente, come peraltro altri tecnici ed amministratori, un pregiudizio livoroso e incoffessabile: che molti dei monumenti antichi  non fossero, in fondo, che ostacoli ingombranti alla costruzione di una città moderna. Che molti  dei ponti sul Tevere grondanti di storia, ad esempio,  fossero semplicemente  ormai inadatti , per il grande ingombro delle pile piantate nel fiume, al flusso regolare delle acque  e , per la modesta carreggiata, al flusso crescente  del traffico . E di traffico Ponte Sisto, in realtà, ne poteva sostenere ben poco, con la sua sezione di sei metri e mezzo occupata , per di più, da due angusti marciapiedi laterali.
Tanto che Antonio  Canevari, rappresentante della commissione istituita per la regolamentazione del flusso del Tevere, ne aveva proposto, senza mezzi termini, l’immediato abbattimento.
Poichè il ponte doveva comunque sopravvivere per le proteste degli archeologi, Vescovali , con la diligenza dell’ ingegnere idraulico, pensò candidamente di  aumentare la “portata” del traffico sul ponte disegnando  due marciapiedi sospesi sull’acqua, sostenuti da una struttura in ferro  poggiata  sulle opere antiche, come se le auguste pietre fossero un suolo naturale che via dei Pettinari incontrava nel suo percorso in direzione di  Trastevere.
Gli scarni disegni del progetto che ci sono pervenuti descrivono un sistema di travi, tiranti, mensole in ferro, il cui   banale rigore viene concluso dalla decorazione di  un parapetto in ghisa, materiale di vocazione eclettica , disponibile a qualsiasi virtuosismo plastico.
Il progetto fu senz’altro approvato dal Consiglio Comunale che liquidò sbrigativamente l’opposizione dell’ingegnere Luigi Gabet, sostenitore tenace   della costruzione di un  nuovo ponte  nel rione Regola. Le nuove  opere furono così appaltate durante le festività  natalizie  dello stesso anno, rapidamente realizzate e  decorosamente  illuminate con lampioni a gas mentre qualche anno dopo i marciapiedi vennero raccordati a quelli dei nuovi lungotevere.
La brutale sovrapposizione  del moderno all’antico aveva generato un  ibrido vagamente indigesto ma anche un nuovo, involontario monumento che racchiudeva  l’essenza della storia edilizia romana. La sua immagine enigmatica, resa familiare dal tempo, trasudava  significati e messaggi  lasciando supporre, sotto la leggerezza  del metallo poggiato su strati di rovine, le aggiunte faticose, i crolli,  le ricostruzioni in  successione infinita. Il segno  inequivocabile ed estraneo  della nuova Roma  si sovrapponeva, a provvisoria conclusione di un’avventura consumata su ritmi secolari,  alla mole massiccia fondata da Agrippa, restaurata da Aurelio e Valentiniano, rovinata per la furia della piena del 792 d.C, ricostruita, presagio di nuove distruzioni,  da Sisto IV per il giubileo del 1475. E’ indubbio che la  solennità delle  magnifiche strutture quattrocentesche di Baccio Pontelli ne risultava compromessa.
Eppure il nuovo ponte non mancava di un suo fascino quotidiano e discreto, con gli alti marciapiedi che racchiudevano  lo spazio complesso del percorso interno a schiena d’asino dal quale  il fiume appariva progressivamente, via via che si raggiungeva  il centro del ponte.
Legato all’astratto nitore degli argini piemontesi, il ponte mediava  due mondi diversi, Trastevere e il rione Regola, ai quali non apparteneva. Era divenuto  col tempo  un piccolo universo dotato di carattere autonomo. Non proprio un ponte “abitato” come Ponte Vecchio a Firenze o il ponte  di Rialto a Venezia, ma almeno una strada addomesticata , partecipe della vita dei vicini quartieri: luogo cordiale di passeggiate, incontri, convegni fugaci, attraversamenti.
Nel ’31   le strutture ottocentesche corsero il rischio, non raro a quei tempi, di essere abbattute da Marcello Piacentini desideroso di ampliare il ponte sistino. Episodio, questo, che  la nobilita , in qualche modo, ai nostri occhi suscitando il  rispetto che sempre si ha per i sopravvissuti.
La leggittimità  delle sovrastrutture metalliche venne  di nuovo messa  in discussione negli anni ’60 quando,   credendo di riconoscere nel ponte una vocazione “parigina”, si provò ad occuparlo  con bancarelle più o meno  stabili. Alla richiesta di rimozione del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti si accompagnò  l’auspicio della demolizione dei marciapiedi ottocenteschi. Iniziava una lunga polemica sulla opportunità  di conservare o meno  le sovrastrutture metalliche  che, se  nascondevano uno dei capolavori del Quattrocento romano ,  facevano  anche parte ormai di un contesto spaziale come i lungotevere, nel quale il ponte, se “liberato” delle aggiunte moderne, poteva apparire uno spaesato relitto .
La polemica non fu risolta  dal confronto, leggittimo ed utile, tra diverse scuole di pensiero sul restauro dei monumenti, ma da un’ incuria colpevole  che ha lasciato per anni marcire le strutture in ferro di Ponte Sisto. Ci si rese conto delle pessime condizioni in cui versavano le travi, e quasi per caso, solo quando nel ’75 un gruppo di studiosi guidati dal professor Gaetano Miarelli Mariani , in occasione del centenario della costruzione del ponte,  redasse un’accurata analisi storica e una proposta di restauro. Il resto è cronaca tristissima  degli ultimi anni. Qualche tempo dopo l’Amministrazione comunale  fece  mettere a nudo le travi. Un cartello spiegava che si trattava di “indagini conoscitive”. I responsabili delle indagini debbono aver avuto ampio modo di valutare le condizioni delle parti metalliche visto che per molti anni le strutture sono rimaste esposte, senza alcuna protezione, alle intemperie. Finchè, nel luglio del ’90, due anni dopo che i professori Giuliano Canella e Michele Mele ebbero accertato che la corrosione aveva divorato gran parte del materiale originale ,  i resti  delle strutture ottocentesche furono  pietosamente rimossi e abbandonati in un vecchio capannone  di Testaccio.
Così anche oggi il ponte continua a mantenere  il suo ruolo di simbolo dei tempi: le sue spoglie devastate, attraversate da cordoli di cemento e volgari pannelli di recinzione, mostrano i monconi desolati delle travi amputate. L’orgoglioso ponte imperiale , il monumento  del Giubileo sistino del 1475 si è trasformato stabilmente in  un territorio desolato, vago ed infido, da attraversare in fretta, ai margini della   città anche se  nel cuore del suo centro antico.
E mentre  la  Commissione Comunale per Ponte Sisto  si é espressa, dopo otto anni di studi,  a favore del  restauro delle sole strutture quattrocentesche del ponte, tecnici di diverse competenze, come l’asino di Buridano, si arrovellano nei dubbi di una nostalgia tardiva e si chiedono se non convenga  ricostruire con materiali nuovi la struttura demolita.

Opinione di Gaetano Miarelli Mariani

in «La Repubblica» del 27/7/97

Al prof. Gaetano Miarelli Mariani, docente universitario e direttore della Scuola di Specializzazione in Restauro  che ha guidato il gruppo dei progettisti del restauro di ponte Sisto, abbiamo chiesto quali criteri hanno informato il progetto.

“Quando abbiamo cominciato a studiare il ponte – dice Miarelli Mariani – nessuno aveva intenzione di rimuovere le strutture in ferro. Abbiamo però cambiato opinione constatando che esse non erano più in condizione di reggere. La polemica che ne è seguita è spesso stata alimentata, in mala fede, senza conoscere il risultato  degli studi condotti trave per trave, che dimostrano  il degrado irreversibile delle strutture ottocentesche . Io sostengo che piuttosto che rifare le opere in ferro (che  dovrebbero essere adeguate alle  normative attuali e quindi anche   diverse dalle originali )  si dovrebbe  costruire un parapetto moderno: sono convinto che noi non  possiamo rifare un falso, una  struttura in stile.

Dal  punto di vista del metodo, tengo a precisare,  noi non abbiamo mai parlato di semplice “ripristino” delle opere quattrocentesche . Avevamo anzi proposto, provocatoriamente,  un parapetto in calcestruzzo prefabbricato per far capire che l’ intervento doveva essere moderno. Il problema restava, ovviamente,  da approfondire. Tolto il ferro si è scoperto poi che esiste ancora tutta la base e resti non insignificanti del parapetto quattrocentesco. Si tratterebbe dunque ora  di reintegrarlo.”            G.S.

Opinione di  Paolo Portoghesi

in «La Repubblica» del 27/7/97

Al prof. Paolo Portoghesi, docente di Storia dell’Architettura e profondo conoscitore  di Roma, abbiamo chiesto un parere sulle demolizioni delle strutture in ferro di ponte Sisto.

“Credo che sarebbe opportuno rimuovere tutte le strutture ottocentesche del ponte e conservarle in altro luogo – afferma Portoghesi- perchè sono essenzialmente un elemento di disturbo e  nascondono la fruizione dell’oggetto . Queste aggiunte alle strutture antiche  sono forse cose di un certo sapore  ma fanno parte della cronaca, come un’edicola di giornali o un lampione : possono al massimo commuovere i cultori di Roma sparita, mentre ponte Sisto è uno dei monumenti romani più significativi .

Rimontare poi ora la parte di  strutture già tolte sarebbe un’offesa alla ragione e all’economia. Se ci sono delle risorse utilizziamole per salvare qualche monumento importante che sta crollando piuttosto  che ripristinare  documenti di una necessità storica transeunte. Se per caso avessero messo delle gronde di ghisa sulla facciata di San Carlino credo che nessuno avrebbe dubbi a toglierle.  Un atteggiamento che io condanno è quello di rinunciare a giudicare, di conservare ad ogni costo: è il tradimento peggiore che si possa fare nei confronti di chi ha costruito. Se oggi noi difendiamo  l’ambiente è perché alla fine del secolo scorso a Vienna è stata fondata una scuola di storia dell’arte che ha diffuso una sensibilità per i valori ambientali . Utilizzare questa sensibilità per omologare tutto e rinunciare al giudizio è un errore . G.S.

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RIAPERTURA DI PONTE SISTO

Miracolo a Ponte Sisto,  in «La Repubblica» del 27/7/97

di Giuseppe Strappa

Se fosse apparsa la Madonna le facce non sarebbero state meno stupite. La piccola folla che, anticipando l’apertura ufficiale, si era riunita ieri sul “nuovo” Ponte Sisto, osservava come un’apparizione l’acqua lenta che scorreva sui due lati delle vecchie arcate, i mulinelli che investivano le pile di pietra. Erano diciotto anni che attendevano questo momento. Da quando il ponte quattrocentesco era stato segregato da una parete continua di lamiere “provvisorie” collocate per “indagini conoscitive”, ridotto ad un luogo inospitale, da attraversare in fretta: un pezzo di Bronx arenato nel cuore vivo di Roma.

Diciotto anni: una generazione. Eppure sono bastati due mesi di lavori e centociquanta milioni di lire per restituire, almeno, dignità (in attesa della sistemazione definitiva) ad uno dei ponti più belli di Roma.Tra i tanti fattacci che i monumenti romani potrebbero raccontare, la storia di Ponte Sisto è una delle più assurde e vergognose.  Comincia nel 1876, quando Angelo Vescovali, tecnico comunale immerso nel turbine dei lavori postunitari, pose mano all’ampliamento del ponte avendo in mente, con logica burocratica, due soli problemi: il flusso delle acque da regolamentare e il flusso crescente del traffico da assecondare ampliando la carreggiata. Per risolvere quest’ultimo furono collocati due nuovi marciapiedi a sbalzo retti da strutture in ferro, il cui banale rigore si pensò di mascherare con rivestimenti modanati in ghisa. Ma anche la sezione ampliata della carreggiata divenne troppo modesta per il traffico delle automobili e nel 1931, Marcello Piacentini riceveva l’approvazione del progetto di ampliamento: una nuova carreggiata di 16 metri ottenuta rimuovendo le strutture metalliche e affiancando un nuovo ponte all’antico, da rivestire con il paramento quattrocentesco, smontato e riposizionato.  Fortunatamente, nonostante l’appoggio di  Munoz, massima autorità del tempo nel campo del restauro, non se ne fece nulla.

Ma furono i rivestimenti di ghisa a segnare la condanna delle travi ottocentesche: le pesanti decorazioni sovrapposte ne avevano impedito la  manutenzione e quando nel ’75 un gruppo di storici guidati dal prof. Miarelli Mariani condusse un’accurata analisi del ponte, ci si accorse, quasi per caso, che le travi in ferro erano marcite. Ma nulla si mosse fino ai fatidici Mondiali di calcio del’90, quando una squadra di operai resa disponibile dalla sospensione dei lavori all’Olimpico, fu incaricata di rimuovere le “ali” ottocentesche. Da allora caroselli di Esperti, Studiosi, Consulenti, si sono avvicendati al capezzale del ponte, dividendosi in Scuole di pensiero, riunendosi in Commissioni, scontrandosi con furore su questioni teoriche. Senza arrivare ad alcuna conclusione. Se il soprintendente Ruggeri si era espresso, peraltro, a favore della  rimozione delle strutture metalliche, nel ’92 il successore Zurli esprimeva parere diametralmente opposto.

Ma oggi, mentre la polemica sulla sistemazione definitiva è ancora arenata sulla questione se rimontare  le strutture metalliche o restaurare tout court il ponte quattrocentesco, avanza una terza ipotesi. Poiché sembra impossibile utilizzare le vecchie travi depositate in un capannone di Testaccio e il disegno originale di Baccio Pontelli risulterebbe ora estraneo alle quote ed all’immagine dei lungotevere umbertini, perché non progettare una struttura metallica completamente nuova, tecnologicamente avanzata, trasparente e leggera come un guizzo che si accosti alle strutture antiche, filologicamente restaurate, senza toccarle? Ne è convinto Maurizio Cagnoni, direttore dell’Ufficio Progetti Città Storica e protagonista del blitz della riapertura del ponte, che propone un grande concorso internazionale che riporti la città nel contesto della ricerca architettonica europea.  La decisione definitiva verrà presa, per decreto del ministro Veltroni, da una nuova commissione di esperti. Comunque vada, speriamo sia l’ultima.

CHIUSURA A TRANSENNA

RENZO PIANO, PALAZZO DELL’OPERA DI LA VALLETTA, MALTA (in costruzione))

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SAVERIO MURATORI, CHIESA DI SAN GIOVANNI AL GATANO (PISA)

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A. LIBERA, M. DE RENZI, PALAZZO DELLE POSTE IN VIA MARMORATA

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CASA IN LINEA A LUDWIGSBURG, GERMANIA

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F. PARDO CALVO, B.G. TAPIA, MUSEO ARCHEOLOGICO DI OVIEDO

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GUSTAVO GIOVANNONI, STABILIMENTO DELLA BIRRA PERONI A ROMA

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LE CORBUSIER CHANDIGAR

CORVIALE RELOADED (Racconti dalle rovine)

 

di Giuseppe Strappa

in «Metamorfosi» n° 67 del luglio/agosto 2007


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Venivano giù da un grande oblò rugginoso. Balcanici con gli occhi nascosti da pesanti schermi ottici, grassi cinesi con  pantaloni di pelle colorata, un gruppo di tecnici del Nuovo Kerala con i loro copricapo in penne di fagiano. Poggiavano appena il piede sul terreno e già sollevavano lo sguardo impaziente verso la collina, come per porre fine a una lunga attesa.

Cupa e solenne contro il cielo limpido di dicembre, avvolta alla base da muschi e licheni, appariva la Rovina. Smisurata, enigmatica.

Alcuni piani erano crollati all’inizio del terzo millennio per l’incuria degli abitanti, ma la sagoma originale s’intuiva ancora, nonostante le vistose lacune riempite dall’azzurro del cielo. Verso sud, invece, la figura si rompeva contro la luce e lasciava indovinare le infinite aggiunte che si erano stratificate nel tempo, come una spessa crosta, sulle strutture di cemento: costruzioni difensive in resina di reimpiego e pesanti piastre di ferro dalla splendida  ossidazione, tutelate dalla Suprema Intendenza Regionale fin dall’anno dei primi restauri, risalenti ormai al 2273.

Con fatica il gruppo prese a muoversi tra la selva di bottegucce spuntate come funghi  ai piedi dello sito archeologico. Cumuli di montanti in verbonio e logori teli di kuplar si univano a formare una bazar fluido, in eterna trasformazione, dove industriosi immigrati celtici vendevano ogni genere di souvenir.

Anche i rumori si fondevano in un solo brusio di fondo. E su tutto aleggiava, tristissima e misteriosa, la nenia di un piccolo cantastorie irlandese. Le note si avvitavano leggere alle spire di fumo dei bracieri e poi salivano, insieme, verso il sole.

“Ho visto cose che voi umani non potreste immaginare. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser…. Ma mai, mai avrei pensato di vedere uno spettacolo tanto fastoso e potente, le nostre radici autentiche celebrate da questo glorioso monumento in rovina”.

Il ballerino rumeno che aveva pronunciato queste parole era stato evidentemente rapito da un trasporto eccessivo. Eppure le sue esagerazioni non mancavano di una qualche giustificazione.

Perché da tempo, ormai, Corviale non era più soltanto un luogo fisico. Era soprattutto un luogo della mente, una zona molteplice e universale, dove si era concentrato, accavallato, rifuso per secoli ogni tipo di leggende, alimentate dal proliferare di siti dedicati, sui quali si tenevano in esercizio perditempo informatici di tutti i paesi.

Da quando la Rovina era divenuta il caso di studio d’elezione nei principali congressi sulla fine (la fine della modernità, la fine dell’architettura, la fine del racconto) aveva costituito il terreno di prova dei più ostinati falsari di documenti.

Da principio si trattava di contraffazioni piuttosto rozze, al limite del dilettantesco, sfornate da giovani ricercatori delle università terrestri, ansiosi di pubblicare inediti su un argomento ormai conosciutissimo. Ma, col tempo, veri professionisti della falsificazione, non di rado insospettabili docenti di chiara fama in pensione, cominciarono a sfornare falsi impeccabili che avrebbero sfidato le verifiche più sofisticate. Si finì, così, col dubitare perfino dell’attribuzione dell’opera, mettendo in dubbio l’esistenza stessa dell’architetto che l’aveva ideata, il quale sarebbe stato un personaggio d’invenzione, simbolo fantastico e sintetico di una miriade di contributi che si sarebbero succeduti nel tempo.

Il colpo di grazia alle certezze storiche sulla grande opera arrivò verso la metà del primo secolo del terzo millennio, quando un’ondata di virus autoramificati sì abbatté sugli archivi informatici superando tutti i sistemi di sicurezza che li difendevano, infettandoli in modo irreversibile. Non solo danneggiarono i preziosi documenti sull’origine e le trasformazioni della Rovina, ma li corrosero dal di dentro,deformando e trasformando i significati delle testimonianze nel loro opposto. Non si riusciva più a distinguere il vero dal verosimile, l’autentico dalla copia. Allora si tentò di rintracciare gli originali nel GDC, nel Grande Deposito Cartaceo nazionale. Ma ci si accorse, con orrore, che il contenitore sepolto a gas ionizzato destinato alla loro conservazione era stato violato e tutto il contenuto trasformato in un mucchietto di cenere.

Corviale era così divenuto un luogo virtuale, un’immaginaria regione germinale della cultura occidentale affollata di simboli d’invenzione opposti e deformi, dove ogni comunità ritrovava coesione e confini riconoscendovi, come in uno specchio, le proprie ansie, allucinazioni, speranze.

E nel deserto della memoria cominciarono a sorgere fantasmi e visioni.  Paure che sembravano sopite e che attendevano, invece, in agguato nel fondo delle coscienze uscirono urlando alla luce del sole.

I documenti non hanno mai provato, ad esempio, che ci fosse il minimo fondamento di verità nella leggenda della banda di peruviani che avrebbe ammaliato gli ottomila abitanti di Corviale suonando tutta la notte i loro cajòn e flauti di Pan, attirandoli fuori, nei prati bui, per poi massacrarli all’alba, ad uno ad uno, per rubargli la casa.

Alcuni, incerti riscontri di questi fatti sembravano provenire dallo studio della glittica delle antiche migrazioni latino americane, ma si scoprì in seguito che i sigilli rinvenuti nei piani bassi della Rovina non erano che falsi creati ad arte con vecchie macchine a controllo numerico. Nondimeno la storia, per quanto inverosimile, fu presa per vera, e si trasformò in una sorta d’indiscutibile tragedia sepolta nella storia metropolitana utile a giustificare odi inconfessabili seguiti dagli attacchi più vergognosi, le scorrerie più feroci e sanguinarie contro le inermi comunità che si erano rifugiate tra i ruderi.

Allo stesso modo non poggia su alcuna base scientifica la convinzione, pure caparbiamente sostenuta da illustri accademici, che il progetto di Corviale contenesse un anatema genetico o che un incantesimo avesse dilatato la scala della costruzione fino a farla sfuggire di mano agli architetti, come una nuova Torre di Babele in pannelli prefabbricati.

Doktor Sötil, la guida, con la miscela di ovvietà ed arguzia del consumato affabulatore, espose tutto questo velocemente ai visitatori ben sapendo che si trattava, in fondo, di argomenti piuttosto noti.

“Gli elementi principali dei fatti che determinarono la trasformazione di Corviale – aggiunse osservando con imbarazzo la punta dei propri stivali –  sono, ad ogni modo, certi.”.

Fingendo di non udire il brusio di scetticismo che le sue parole avevano suscitato, proseguì, indicando le rovine “Questo, cari signori – la voce era divenuta di colpo stentorea – doveva essere l’inizio di una nuova era! Certo, di una nuova era felice! Era stato immaginato come uno smisurato, geniale magnete, la rappresentazione della catarsi delle tragedie urbane del XX secolo. Ebbene, per soli dodici copechi io vi guiderò tra i resti di questo sogno meraviglioso, di questa secolare utopia.”

I turisti, tutt’altro che sorpresi, sfilarono pazientemente davanti all’improvvisato condottiero. Le dodici monete cadevano  nella sudicia bisaccia che la guida si era affrettata a spalancare, una ad una, risuonando.

Il gruppo si avviò su per la collina evitando i venditori di infusi e la selva di bambini che si affollavano chiedendo il bakshish.

Entrarono nell’interno semibuio della Rovina squarciato da improvvise lame di luce, attraverso una delle cinque fessure che si aprivano come ferite sulla facciata continua della costruzione. I tralicci, che un tempo sorreggevano i cilindri traslucidi delle scale, si proiettavano sconsolati nel vuoto.

Iniziarono ad aggirarsi, piccoli viventi tra le auguste macerie, quasi con timore, come in un’incisione piranesiana.

La guida mostrava pazientemente quello che rimaneva dei diversi piani, i resti delle cellule abitative che componevano l’immenso organismo e le presunte ragioni del suo declino biologico. Spiegava, con notevole competenza, la differenza tra le case, ormai vuote, poste ai piani bassi e quelle ai piani alti e la probabile funzione del livello intermedio di servizio, il più devastato per essere stato a lungo il terreno di scontro tra le diverse fazioni in cui si erano divisi, nel corso dei secoli, gli abitanti.

Parlava di getto e quasi correva temendo di non terminare prima del buio. Ma si fermò in improvviso raccoglimento di fronte ad un grande vuoto dove resti incomprensibili e muti sembravano testimoniare un antico disastro. Era evidente come alcuni piani fossero crollati già quando la costruzione era abitata (la guida ne attribuì la causa alle disastrose dilatazioni termiche negli anni del Grande Riscaldamento della crosta terrestre) formando una strana cavea circondata da terrazze.

Lo spazio che precipitava tra solai spezzati e monconi di ferro, chiuso in alto, chissà quando, da una copertura di fortuna, aveva generato un singolare microclima che favoriva la crescita di specie vegetali insolite per le nostre latitudini. Come la rara Chamaedorea oblongata, palma da tempo ritenuta estinta, e felci straordinariamente rigogliose, soprattutto inconsuete varianti (ma qualcuno parlava di deformazioni genetiche) della famiglia delle epifite, particolarmente delle Platyceria willinckii. Si era così formato, nel grembo più segreto ed oscuro della Rovina, un curioso orto botanico al quale i visitatori si accostavano sempre con rispetto e timore. Un luogo curioso ed umido, di grande valore didattico, che aveva acquistato nel tempo un proprio pubblico di affezionati frequentatori.

Ma sul fondo buio e fradicio della cavità, mai visitato per secoli da essere umano, si intuiva lo sviluppo abnorme di alcuni vegetali carnivori, mostruosi d’aspetto, che si diceva provenissero da un pianeta misterioso e lontano. I vecchi raccontavano come, molti anni addietro, la Croce del Sud, la nave spaziale più gloriosa e più bella della flotta pontificia, avesse planato lungo la costa del Tirreno con i motori in fiamme, ondeggiando come un uccello ferito, per poi virare di novanta gradi all’altezza di Roma nel disperato tentativo di compiere un atterraggio di fortuna.

La massa gigantesca aveva lasciato un solco di tre leghe lungo la pianura  fino a fermarsi, smisurato mostro sbuffante ed esausto, proprio ai piedi della collina. Uno dei motori si era staccato dalla carlinga rotolando lontano e ora giaceva desolato come l’artiglio di un misterioso animale ucciso. Nessuno sapeva da quale viaggio la nave tornasse. Molti testimoni, tuttavia, giuravano di aver visto l’unico sopravvissuto, con il volto ustionato, uscire dal relitto fumante e trascinarsi con un sacco sulle spalle fino al piano interrato della Grande Rovina. Quel sacco avrebbe contenuto i semi delle piante carnivore, come se il superstite, prima di morire, avesse voluto che la vita e la leggendaria epopea della Croce del Sud dovessero, in qualche modo, continuare. Ancora non era noto, comunque, come questo mondo vegetale in continua trasformazione si sarebbe evoluto.

In alto, tra le liane che pendevano dai solai crollati, era stato ricavato un tempietto sormontato da un timpano.  La Madonna dell’Ozono vi era raffigurata, al centro, con le mani giunte e gli occhi rivolti al cielo, nell’atto di salvare Corviale, riprodotto in maiolica ai suoi piedi, dalla tragica ondata di calore che si era abbattuta su Roma, uno dei sette flagelli del XXI secolo che aveva  distrutto quasi tutta l’edilizia costruita dall’IACP a partire dalla metà del secolo precedente.

Il breve, silenzioso raccoglimento, costituì il necessario intervallo prima di ammirare i resti più appassionanti e discussi: i lunghi percorsi dalle prospettive vertiginose che ribaltavano all’interno dell’edificio il comportamento della città tradizionale del XX secolo, con le abitazioni allineate lungo un percorso pubblico e spazi condivisi per la sosta e il divertimento.

I visitatori si spinsero fino al termine di uno dei percorsi interni, poi si mossero lungo un altro, in senso inverso, fino alla fine. Verificarono con cura, dopo un chilometro di cammino, quello che tutti conoscevano: la strada non portava da nessuna parte. E si chiesero, per l’ennesima volta, come una città potesse iniziare dal nulla e finire nel nulla.

I visitatori attesero, incuriositi, l’interpretazione della guida.

“Per molto tempo si è pensato che l’edificio non potesse finire qui, che il percorso interno dovesse pure portare da qualche parte, come sarebbe stato logico.” Doktor Sötil parlava ora a bassa voce, quasi stesse facendo una confidenza più che dare una spiegazione. “Un percorso senza conclusione era, perfino per i moderni del XX secolo, qualche cosa che ripugnava, contro natura.

Vedete quelle grandi buche? Si è scavato molte volte a ridosso delle testate della Rovina cercando una traccia, una spiegazione ma, ogni volta, senza risultato. Brutus Bernstein, all’inizio del XXII secolo, pubblicò un’ingegnosa ipotesi ricostruttiva che mostrava due gigantesche sfere in calcestruzzo sulle opposte testate dell’edificio. Dovevano essere, secondo l’illustre teologo armeno, i poli, antitetici e complementari, delle percorrenze interne, i quali rappresentavano l’ineffabile armonia delle sfere celesti. Corviale sarebbe stato la riproduzione della Città di Dio, microcosmo concluso e autosufficiente dove una rigida regola monastica avrebbe dovuto governare la vita degli abitanti.

Il glorioso Zetema W. Pecorella coltivò a lungo, invece, la suggestiva congettura che quello che vediamo ora non sarebbe che il moncone, solitario e muto, di un’immensa città lineare che doveva arrivare fino al mare. Per anni devastò con infiniti scavi la piana tra il vecchio quartiere Aurelio e la costa di Castelfutzano alla ricerca di evidenze archeologiche che confortassero la sua avventurosa teoria. Finché un’insurrezione dei contadini che abitavano le terre intorno ai resti di Caval Palocco, esasperati dalle continue perdite del raccolto, non lo costrinse a desistere.

Anni dopo, quando gli uomini riuscirono a riflettere senza pregiudizi sulle due inconciliabili teorie, si capì che si trattava comunque di bambagia storica, di due soluzioni consolatorie al problema, un’ultima, disperata barriera della coscienza che non voleva ammettere l’evidenza: che la ragione non appartiene al Razionale, anche, e forse soprattutto, in architettura.”

Non tutti approvarono le parole piene di convenzionale saggezza della guida, ma ne apprezzavano, col progredire delle spiegazioni, la grande competenza e chiarezza. Solo un rotondo agrimensore del Regno Cristiano del Quebec, ultima isola francofona nel gran mare neocinese, sembrava non capire.

La visita si avviava alla conclusione. L’azzurro del cielo, che appariva di quando in quando tra scale crollate, polverosi scaffali vuoti e vecchi vasi di plastica, si andava trasformando in un bagliore opalescente e diffuso.

I visitatori, esausti per i tanti corridoi, sentieri labirintici e ballatoi percorsi, approdarono al tepore di una taverna posta al settimo livello, dove era prevista una lunga sosta.

Qui, davanti ad un calderone di zuppa fumante, ognuno raccontò a turno i propri corviali.

Jorge Kamut raccontò del palazzo circolare di Gora, dove i saggi si disponevano serenamente nell’apparente armonia turchese dei gironi esterni, i filosofi in quelli cremisi più interni, seguiti dai magistrati, disposti in complessi anelli di celle amaranto, poi dai curatori, ordinati in confuse camerate circolari scarlatte, finché si arrivava al centro misterioso e magmatico, al bianco nucleo polare che conteneva tutte le follie del palazzo, ma anche le sue verità e, quindi, il germe della propria rovina.

Un mongolo dal volto bruciato dal sole, frugando nella memoria, ne rinvenne uno nel centro abbandonato di Buyant-Huaa; un arabo ricordò di aver visto qualcosa di simile costruito sulle macerie di quella che fu la superba città di Doha; un vecchio georgiano ricostruì, con poche, energiche frasi, l’immagine del luminoso falansterio di Suhumi, costruito in basalto dorato sulle rive del Mar Nero e distrutto dalle lotte intestine degli abitanti.

In ogni angolo del mondo, si scoprì dopo ventiquattro racconti, l’uomo aveva cercato di dare forma ai suoi sogni e quanto più aveva creduto nelle proprie utopie, tanto più cocente era stata la sconfitta.

Rimaneva, secondo il programma, l’incontro con un gruppo di specialisti che si stavano occupando del restauro della Rovina e del possibile, cautissimo uso sociale di alcune sue parti di minore rilevanza documentaria. I visitatori indugiarono a lungo sui ballatoi a discutere, eccitati, sull’andamento dei lavori e dove questi potessero definirsi propriamente restauro e dove recupero, dove riuso e dove ripristino o risanamento, ristrutturazione, rifacimento, ricostruzione, rinnovamento, miglioria.

In realtà, sebbene il lavoro da fare fosse immenso, l’attenzione era concentrata da anni esclusivamente su di un singolo pannello di facciata rovinato al suolo., Trasportato con ogni cura in laboratorio, il malconcio elemento era divenuto terreno di scontro tra diversi gruppi di ricercatori, con confronti che investivano complesse filosofie d’intervento.

Quando i visitatori arrivarono in vista dei laboratori, cominciarono ad intravedere le sagome di alcuni tecnici in camice bianco presi da viva agitazione. Si trattava di esperti appartenenti a due diverse scuole di pensiero. Un energumeno calvo con il cranio ornato da tatuaggi floreali, sosteneva urlando che il pannello andava ricostruito a l’identique, fregandosene dei poveri resti del materiale originale; l’altro, un milanese smilzo dagli occhi arrossati, ripeteva, resistendo alla gragnola di improperi, che la rovina andava lasciata deperire così come la natura richiedeva, anzi comandava. Tra urla raccapriccianti, si scambiavano insulti terribili (“tardoromantico”, e anche di peggio) estesi alle reciproche famiglie accademiche e padri spirituali. Altri  tecnici, divisi in fazioni, si lanciavano oscure minacce condite da volgari allusioni a turpi inclinazioni sessuali dei relativi maestri.

Mentre la guida, passando oltre, semplicemente fingeva di non accorgersi di quanto stava accadendo, i visitatori compresero che i lavori alla Rovina non sarebbero mai terminati.

Uscirono che si avvicinava la sera. Il sole scendeva, glorioso, dalla parte del mare, enorme disco di titanio incandescente sospeso sulle nebbie che cominciavano a salire dai ruderi dell’aeroporto di Fiumicino.

L’urlo lontano di una sirena ricordava la confusione sulla Terra e le prime stelle, alte nel cielo, il supremo Ordine cosmico.

La grande Rovina, ormai priva di vita, mandava un’ombra lunga e lugubre sul fianco della collina che si andava spopolando.

I visitatori erano saliti all’interno di un lucido torpedone a pattini magnetici e si aspettava solo qualche isolato ritardatario per tornare in albergo.

Finalmente l’ultimo turista si affrettò a salire tenendo tra le mani una scatola di cartone. Aveva comperato per pochi centesimi, dal banchetto di un rigattiere, un’ antica sfera di vetro con dentro un Corviale in miniatura che brillava agli ultimi raggi di luce.

Se si scuoteva la sfera una folata di neve sintetica roteava intorno all’edificio di plastica avvolgendolo in una spirale luminosa.

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VITA PRIVATA DI LOUIS KAHN

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di Giuseppe Strappa

in «Corriere della Sera» del 25.04.2005

Nella notte del 17 marzo 1974 la polizia di New York trova, nei bagni della Penn Station, il corpo senza vita di un anziano immigrato dall’Estonia, con il volto, sfigurato da vecchie cicatrici, coperto da lunghi capelli sottili. L’inspiegabile abrasione dell’indirizzo sul passaporto ne impedisce l’identificazione e così solo dopo tre giorni di obitorio si  scopre che si tratta di Louis I. Kahn, architetto tra i più significativi della seconda metà del XX secolo. Vengono alla luce, anche, le sue tre famiglie con le quali aveva contemporaneamente intrattenuto relazioni lunghe e distaccate, che vivono non lontane l’una all’altra ma si conoscono solo il giorno del funerale.
Sulla vita misteriosa e complessa di Kahn il figlio Nathaniel, avuto a 61 anni da una giovane collaboratrice di studio, ha ora prodotto e diretto My Architect. Il film è il racconto drammatico di un viaggio durato cinque anni alla ricerca del padre, quasi sconosciuto, attraverso le sue architetture sparse per l’intero globo terrestre, i suoi clienti, le sue mogli. Ma è, anche, lo spaccato di un mondo dove i grandi messaggi si mescolano alle miserie familiari, i sogni alle ambizioni.
Un mondo che Nathaniel riporta senza odio o rancore, nonostante il contraddittorio rapporto di Kahn con la madre, coinvolta nel felice progetto per il Kimbell Museum ma anche umiliata, chiusa a chiave in una stanza durante le visite della moglie ufficiale.
My Architect è un film strano e triste, le cui sequenze restituiscono un’immagine diversa del Kahn eroe positivo che conosciamo: nel suo mondo architettonico tutto si tiene e lega insieme in indissolubile unità; nel suo mondo privato, al contrario, tutto sembra disgregarsi, disperdersi, svanire.
Se ci si aspetta che il rigore e la grandezza della ricerca artistica si riverberi, in qualche modo, nella vita privata degli autori – sembra dire Nathaniel – si è destinati a rimanere delusi. La ricerca autentica prosciuga ogni linfa vitale, dissecca, assorbe totalmente le energie.
Nathaniel non dà giudizi e lascia allo spettatore decidere quanto i risultati artistici ripaghino di una vita spesa in una sola direzione. Perché, a fronte dell’immagine umana di Kahn che s’incrina, il film mostra anche questo: come le sue opere invecchino bene e si dispongano per tempo, gloriosamente, alla condizione di rovina, come si chiede alla grande architettura, facendo intuire, dietro i muschi e i licheni affioranti dalle murature, la presenza di un nucleo ideale incorrotto dal tempo, come un bene collettivo conquistato ad un prezzo troppo caro e generosamente trasmesso alle future generazioni.
Una conquista iniziata a cinquant’anni con un lungo soggiorno a Roma, nel contatto, all’epoca dell’acciaio e delle grandi vetrate, con le possenti masse murarie dei monumenti antichi. Al ritorno a Filadelfia Kahn si sente investito della missione profetica di riportare l’architettura sulla strada maestra indicata dalle antiche rovine. E come un profeta nomade ed irrequieto, incurante degli affetti che intralciano il suo cammino (“non si può dipendere – affermava – dai rapporti umani”) comincia a costruire grandi spazi silenziosi, nudi, simbolici, dove i passi risuonano nel vuoto e l’uomo si sente sollevato da ogni precarietà,  immerso pienamente nel flusso maestoso della storia.
Quando, nello smarrimento degli anni ’60, altri cercano nel dialetto e nel vernacolo un’alternativa alla crisi del linguaggio internazionale, il piccolo Kahn, controcorrente, riscopre la dimensione epica del proprio mestiere, l’arte dei grandi sentimenti religiosi e civili, dei temi poderosi e solenni, della lingua aulica e universale.
Si è detto molto del suo uso dell’antico. Ma quella di Kahn, prodotto artificiale di miti privati, non è una lingua morta. Le sue opere risalgono agli etimi più semplici e profondi delle forme, parlano con un’immediatezza che rende superflua ogni spiegazione. Non è un caso che il governo musulmano del Bangladesh abbia affidato a lui, ebreo americano, la costruzione dei simboli della propria nascente identità nazionale.
Interviste e dialoghi del film si svolgono all’interno di costruzioni notissime come la Fisher House, la Exeter Library, il Salk Institute, la National Assembly di Dacca. Le opere di Kahn, usate come fondale, si popolano di personaggi, escono dall’astrazione dei libri ed entrano nella vita mostrando l’architettura nella sua contraddittoria essenza: una condizione d’equilibrio temporaneo, un momento di transizione della materia che, per pochi decenni o qualche secolo si adatta ad ospitare le tragedie degli uomini e le loro gioie, le loro miserie e i loro tradimenti.

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